IL TESTO DI ARISTOTELE METAFISICA ZETA 17

 

 

Abstract

This paper provides a new critical edition of Aristotle’s Metaphysics Zeta 17, the concluding chapter of the book, dealing with substance as principle and cause, which is commented on in detail by Enrico Berti in the present issue of Aristotelica. The opportunity is offered to compare Fazzo’s 2015 tentative stemma codicum to the most important manuscript readings of Zeta 17. These appear to verify her stemma wherever it differs from Harlfinger’s 1979 stemma. As Frede and Patzig, in their ground-breaking 1988 German edition of book Zeta, have already argued against Jaeger’s choices in favour of ms. Ab, Laur. 87.12, in use by editors since 1823. Here it is shown that Ab cannot be proven to be independent from J’s and E’s, moreover, it is often deliberately harmonized with the surrounding commentary in the same folios of that manuscript. Sic stantibus rebus, the paraphrase by the Byzantine commentator Michael of Ephesus (early 12th c.), which surrounds Aristotle’s book Zeta in Ab, seems to be the source for several readings in Ab, above all, for the crucial, but possibly incorrect, reading διαρθρώσαντας, which is found at 1041b2 in all modern editions instead of the obscure διορθώσαντας (J, E). It also turns out that the excision of the vital concluding sentence at 1041b8 τοῦτο δ’ ἐστὶν τὸ εἶδος by Christ and Jaeger is not supported either semantically or paleographically. A new path is thus opened: alongside major projects aimed at producing comprehensive editions, a novel trend of minor bits-and-pieces editions based on very selected sources and on scholarly iudicium.

 

 

Keywords

Aristotle, Metaphysics Zeta, the stemma codicum of the Metaphysics,

ms. Vind. phil. gr. 100, ms. Laur. 87.12

 

Author

Silvia Fazzo

Università del Piemonte Orientale

silvia.fazzo@uniupo.it

Si ritiene comunemente che la parte conclusiva del libro Zeta, cioè il capitolo 17 (1041a6-1041b33 Bekker), commentato da Enrico Berti in questo numero di Aristotelica, sia fra le peggio conservate della Metafisica di Aristotele.

La costituzione del testo, con le scelte che implica fra varianti dei diversi codici, è notoriamente problematica.

Fa da chiaro riferimento l’operato di Michael Frede e Günter Patzig, che firmano nel 1988 quello che è tuttora il più importante commento a questo libro (esito di un seminario cominciato a Gottinga e poi tenutosi al Wissenschaftskolleg di Berlino nel 1984/1985, con la partecipazione di Jonathan Barnes e Jacques Brunschwig, occasionalmente anche di Pierre Aubenque, Myles Burnyeat, Alan Code, André Laks, Mario Mignucci, Donald Morrison, Gisela Striker e Hermann Weidemann).

Va ricordato che per quasi tutto il libro Zeta, capitoli Zeta 1-16, Frede e Patzig sono strenui promotori del testo dei codici più antichi. Si affidano soprattutto a J, il cosiddetto ‘Aristotele di Vienna’, che è il più antico codice di Aristotele (Vind. phil. gr. 100, poco dopo la metà del IX secolo) e inoltre a E, assai vicino a J (Paris. gr. 1853, del X secolo): per contro, essi dimostrano invece che il testo di Ab (Laur. 87.12, del XII secolo), pur sovente adottato dagli editori del XIX e XX secolo (Bekker 1831 e Christ 1886 e 1895, Ross 1924 e Jaeger 1957 principalmente), comporta una leggera, ma costante attività editoriale di revisione. Decidono pertanto, come essi spiegano (vol. I, p. 16), di seguire J e E non solo quando il testo di questi codici pare migliore ma anche quando sembra più difficile: mostrano che il testo di Ab è generalmente l’esito di una normalizzazione.

In Zeta 17, però, Frede e Patzig denunciano problemi di costituzione del testo e difficoltà più frequenti nel dettato dei vetustissimi (almeno in 1041a10-11, 1041a24-25, 1041b2-3, 1041b6-7, 1041b7-9, 1041b12, 1041b13, 1041b14, 1041b16, 1041b22, 1041b30): optano allora a più riprese proprio per il codice Ab (che seguono vs. cett. almeno in 1041a11, 1041a14, 1041a25, 1041b2-3, 1041b7, 1041b20-21).

Potremmo oggi chiederci come si spieghi la loro diversa valutazione dei codici proprio in questa parte finale del libro Zeta. Essi stessi non trovano alcuna spiegazione, né d’altronde in generale essi usano citare o commentare alcuno stemma dei codici: eppure, hanno avuto a disposizione lo studio codicologico di Harlfinger (1979) con annesso stemma codicum della Metafisica, che è stato di riferimento per più di trent’anni. Esso si fonda a sua volta, con ampia critica e revisione, sulla monografia e sullo stemma codicum di Bernardinello (1970; cfr. le rispettive riproduzioni in Fazzo 2014b, link infra in Bibliografia, p. 142, 139). Nonostante le differenze, questi primi due stemmi della Metafisica hanno tratti salienti in comune: rappresentano la recensione della Metafisica non semplicemente come bipartita (questo non è raro negli stemmi) ma come aperta, senza archetipo comune (questo è molto più raro); soprattutto, ciò che importa per gli scopi presenti, conferiscono alle lezioni di Ab dignità equiparabile a quella di J e di E. Certo, pertanto, un riferimento a Harlfinger avrebbe legittimato l’operato di Frede e Patzig sul capitolo 17, quando essi adottano diverse varianti di Ab, non sarebbe stato però compatibile con il metodo da essi tenuto sugli altri precedenti capitoli Zeta 1-16, dove essi evitano al massimo le varianti del manoscritto fiorentino. Se infatti davvero ci fossero due famiglie indipendenti di manoscritti, non sarebbe logico scartarne una sistematicamente e a priori (gli errori in tal caso dovrebbero trovarsi sia da una parte sia dell’altra, come sottolinea Primavesi 2012, p. 409).

Ci proponiamo pertanto di esaminare il testo di Zeta 17 come problema aperto e come caso di studio: ciò consentirà di mettere alla prova lo stemma codicum alternativo proposto in Fazzo (2015), che non è stato ancora esaminato e discusso nella letteratura critica successiva. È riprodotto qui infra, nella Figura 1.

La cronistoria è rilevante per capire i termini del dibattito e la sua evoluzione. Agli studi di Harlfinger (1979) e Bernardinello (1970) soggiacevano in realtà le teorie di Jaeger (1917, 1957). Jaeger, a sua volta, prendeva materia da alcune osservazioni di Christ (1886, 1895) per dare corpo alle proprie ipotesi sulla genesi del testo della Metafisica. Christ era stato il primo a tentare una descrizione di alcune singolarità del codice Ab di Firenze, il Laur. 87.12, interpretandole come tracce di un’origine papiracea indipendente. Su questa base, Jaeger divide la tradizione del testo in due recensiones – Ab vs. Π, cioè Ab vs. J e E – separate ab origine e prive di archetipo comune, forse persino derivate da fasi diverse della vita di Aristotele e delle sue relazioni con i discepoli diretti, Eudemo in specie. Tale è dunque il fondamento dell’ultima edizione di tutta la Metafisica sinora disponibile (Jaeger 1957). Confermando fondamentalmente gli esiti di Jaeger, Bernardinello non li mette alla prova, ma li presume, pur pubblicando molte collazioni. Anche Harlfinger nel 1979 fa riferimento a dati ed elementi di valutazione ulteriori, che però non pubblica se non parzialmente.

Per questa incertezza sui dati è così accaduto, dall’inizio del nuovo millennio, che fosse al tempo stesso necessario ma anche difficile verificare lo stemma di Harlfinger. La verifica non ha potuto essere che graduale. Essa è stata lunga e laboriosa, comportando anche un lavoro all’indietro, sui presupposti impliciti. Un progressivo superamento si è reso allora indispensabile, per una comprensione della relazione fra codici che rendesse ragione dei dati delle collazioni e delle relazioni fra codices vetustissimi e recentiores, per controllare se questi ultimi debbano esser davvero tenuti in conto per una edizione critica. Infatti sia per Harlfinger che per Bernardinello, i codici da utilizzare sarebbero almeno diciotto, quindici dei quali sono gli stessi per entrambi gli studiosi. Tolti i tre più antichi – J, E, Ab – si datano fra il XIII e il XV secolo. Si ripartono in due famiglie: una famiglia α, più vasta, e una β, che Harlfinger riduce secondo la sua teoria, che deve essere descritta ora più nel dettaglio.

Alla famiglia β appartengono per Harlfinger i codici Ab, M, C, oltre a testimoni parziali quali Y e Vk; ad α invece, oltre a J ed E, tutti gli altri codici che egli giudica indipendenti, questi ultimi tramite un subarchetipo δ. Fra i molti codici del gruppo δ, come ricorda Primavesi nel 2012, i più importanti sono Vd (Vat. 255), Es (Escorial Y III-18) e Eb (Ven. 211): a quanto Harlfinger ritiene, da δ tramite ν deriva Vd, il codice più vicino a δ; da δ tramite ν e ξ deriva Es; da δ tramite ν, ξ e ρ deriva Eb. Vd, Es, Eb sono stati dunque accessoriamente esaminati per gli scopi della presente indagine.

Quanto a β, in 1073a1 c’è una cesura codicologica, dopo la quale, secondo Harlfinger, M e C da soli rappresenterebbero la filiazione di β. Per questo egli concludeva (citando di fatto Giorgio Pasquali): recentiores non deteriores!

La tesi caratteristica di Harlfinger rispetto a Bernardinello e ai predecessori è stata dunque questa: M e C restano come testimoni della famiglia β quando Ab se ne separa. Essa si articola nell’ipotesi di due interpositi perduti ε e ζ, cioè ε fra M e β (escludendo così ogni interazione fra Ab e M), ζ fra ε e C (escludendo così ogni interazione fra M e C). Inoltre, per avvalorare la divisione in due famiglie, Harlfinger declassa J sotto E, tramite γ, ipotetico deperditus interposto fra α e J (escludendo così interazione fra J e E, e anche fra J e δ e fra E e δ). Con γ per Harlfinger si spiegherebbero diverse criticità. Si spiegherebbe l’affinità di δ con J, pur senza ammettere dipendenza di δ da J; si spiegherebbe l’accordo fra δ e E vs. J, anche senza ammettere contaminazione fra E e δ; si spiegherebbe l’accordo fra Ab e E vs. J, anche senza ammettere dipendenza o contaminazione fra E e Ab. In definitiva, si legittimerebbe la scelta degli editori di scartare come erronee tutte lezioni del vetustissimus J, qualora siano isolate rispetto all’accordo di E con δ o con altri rami della tradizione. Tutto questo avviene, come da manuale, con riferimento a errori guida separativi (Trennfehler) e congiuntivi (Bindefehler); errori che però, da parte di Harlfinger, non sono analizzati, ma solo indicati ovvero postulati a modo di lista.

La prima fase di revisione è scaturita dalla necessità di adeguare lo stemma ai dati delle collazioni compiute ai fini di un’edizione del libro Lambda (PhD Trento-Lille 2004-2009; Fazzo, Aevum 2010). La seconda, ancora in corso, da quella di dare voce alla crescente tendenza degli studiosi a leggere la Metafisica sulla base di una sola delle due recensiones che si consideravano separate: questo fenomeno richiede una spiegazione.

La prima revisione è ricca di conseguenze per l’edizione Fazzo (2012) di Lambda: è consistita nell’anticipare da Lambda 7, 1073a1 a Kappa 8, 1065a26 il punto a partire dal quale Ab non rappresenta più alcun ramo β né presenta speciale affinità con i codici detti β M, C e Vk (quelli che Harlfinger loda come recentiores non deteriores). Così, si è trovato che, da Kappa 8. 1065a26 in poi e per tutto il libro Lambda, come per seguenti libri My e Ny, non c’è motivo di seguire le varianti del codice Ab, così spesso adottate dagli editori, vanno seguiti invece i codici Π (detti da Harlfinger α) esclusivamente.

In seguito, in Fazzo (2014a) p. 197, abbiamo proceduto a un nuovo esame dei presunti errori guida che hanno indotto Harlfinger a declassare J. Il riesame ha rilevato importanti criticità; è continuato nel 2015, con un’apposita “Appendice: una verifica sull’ipotesi γ” (Fazzo 2015, pp. 289-94) che si conclude così:

In definitiva, l’esistenza di γ non può dirsi in alcun modo dimostrata, e nemmeno la tesi secondo la quale il codice J comporterebbe errori disgiuntivi. (…) Di qui l’opportunità di proporre, a titolo di ipotesi, uno stemma radicalmente alternativo. Con questo, si intende perlomeno favorire l’esame dialettico di tutte le possibilità utili per descrivere la configurazione delle relazioni fra codici, sulla base delle collazioni di varianti che si renderanno prossimamente disponibili.

Da qui lo stemma proposto e pubblicato su Chôra nel 2015, e poi di nuovo sulla Revue d’Histoire des Textes 2017 (Figura 1, infra). Vi si propongono alcune revisioni della parte alta dello stemma di Harlfinger, quella rilevante per la costituzione del testo. Le tre revisioni principali sono state poi confermate da Golitsis (2016) pp. 470, 472, e sono queste: in primo luogo, γ non compare più nello stemma; in secondo luogo, mancando γ, J dipende direttamente dall’archetipo; infine, da J dipende l’intera filiazione di δ. Inoltre δ, non solo dipende da J, ma è variamente contaminato con E; il codice E, a sua volta, dipende almeno in parte da J. Le acquisizioni relative a δ sono centrali a causa dell’ampio novero dei codici dipendenti da questo subarchetipo. Le conseguenze si rivelano di largo impatto, specie quanto al tema già qui sopra sollevato del numero di codici da collazionare.

Un’altra differenza molto visibile, fra Fazzo (2015) e Harlfinger (1979), è che il modello di J, fonte anche di E, viene indicato della sigla Π come in Jaeger (che pure ebbe forti oscillazioni circa la sua datazione, fra l’X-XI secolo in Jaeger 1917, p. 482, e l’età tardoantica, in Jaeger 1957, p. viii). Evitiamo invece l’invalso uso della sigla α. Infatti, il ricorso alle sigle α e β evoca la convinzione (in Bernardinello come in Harlfinger) che esista di β una fonte indipendente da α. Ciò presuppone a sua volta (come ricorda, per il caso parallelo del De motu animalium, Primavesi 2020, p. 71) la presenza di errores separativi in α: Trennefehler di α vs. β. Mancandone a tutt’oggi una dimostrazione, si è appunto tornati a usare la sigla Π.

Quanto alla definizione, si ricorderà che Paul Maas (19604) chiama errores separativi (Trennfehler) quelli “di natura tale che, per quanto sappiamo circa lo stato della critica congetturale nel lasso di tempo intercorso fra A e B, non possano essere stati rimossi per congettura in quel lasso temporale” (tr. it. di Giorgio Ziffer, Roma 2017, p. 62). È proprio questo il tipo di errore che non si riesce ancora a trovare in J né nel suo modello Π. Può bensì sospettarvisi qualche menda o corruttela, non però tale da non poter esser riparata per congettura (con più o meno successo) da successivi copisti. Un controesempio possibile si trova al riguardo in 1041a27, discusso infra: se pure la lezione di J è un errore (non è certissimo che lo sia) non è separativo, perché può essere agevolmente riveduto.

Prudenzialmente, in attesa di un approfondimento sull’intera tradizione testuale, lo stemma proposto nel 2015 lasciava aperte linee tratteggiate verso l’alto, prevedendo cioè la possibilità di una contaminazione di β con fonti altre, anche esterne alla tradizione dei codici superstiti, come esemplificato in Fazzo (2016) p. 455.

Tale dunque essendo l’uso delle sigle, ecco l’ipotesi di lavoro che soggiace allo stemma del 2015:

1)       Il codice J va trattato come fonte primaria. Vede due mani all’opera: il copista principale, J, e il revisore (διορθωτής) J2. Entrambi usano lo stesso modello Π: fino a prova contraria, un codice tardoantico in scriptio continua maiuscola, probabilmente privo di spiriti e accenti. Nemmeno lo iota mutum era regolarmente indicato. L’estremo valore del codice dipende largamente dal contributo di J2: diversamente da revisori di epoche successive, J2 non normalizza il testo di J, ma al contrario fedelmente lo ripristina, spesso a margine, anche nei pochissimi luoghi ove J lo abbia leggerissimamente riveduto. Il codice J corretto ed integrato da J2 costituisce una sorta di edizione diplomatica di Π. Lo stemma pone l’attività congiunta di J e di J2 come fondamento di una futura edizione della Metafisica. Specialmente quando il testo Π è difficile, ma non impossibile, andrebbe conservato. È infatti assai improbabile che J e J2 cadano insieme in errori banali di trascrizione.

2)     Sul codice J, spiriti e accenti sono apposti da J2, secondo l’uso tipico di alcuni scriptoria dell’epoca (pensiamo per es. al Marc. gr. 258 della cosiddetta ‘collezione filosofica’). Di punteggiatura spiriti, accenti, e, dove assente, iota mutum, l’editore odierno resta tuttavia responsabile, perché questi elementi erano probabilmente assenti nell’archetipo.

3)      Il codice E della Metafisica (Paris. gr. 1853, X secolo) va consultato costantemente: deriva principalmente da J; ma ha ancora a disposizione Π per il controllo dei casi dubbi. Il codice E presenta rispetto a J una revisione molto essenziale, diretta principalmente a eliminare le (reali o apparenti) voces nihili. È esemplare di riferimento di grande formato, tanto è vero che fu molto annotato come strumento di lavoro. Dovette restare a lungo disponibile a Costantinopoli (cfr. Hecquet-Devienne 2000). Ciò nonostante, nei precedenti stemmi E ha solo uno o pochissimi apografi. L’accordo di E e di altri codici contro J è infatti considerato prova di errore in J. Invece, tale accordo può essere effetto del ruolo esemplare di E, compulsato da più parti specie nei luoghi dubbi o difficili. Quest’ultima che così proponiamo è una lettura decisamente innovativa del rapporto fra J ed E: mentre per Harlfinger (1979) E si colloca più vicino all’archetipo rispetto a J (a causa dell’interpositus γ) ora sarebbe vero il contrario. Il valore primario di E, secondo lo stemma del 2015, si limita comunque alla mano originaria (E III in Ronconi 2012), che va distinta in questo con più cura che in passato dalle mani successive (E2 e EΣ).

4)     Quanto al subarchetipo δ, esso raccoglie la maggior parte dei codici superstiti della Metafisica. Secondo lo stemma del 2015, δ deriva da J, salvo contaminazione con E. Ne consegue che nessuna variante δ va seguita quando J è disponibile (salvo cioè in Alpha 980a20 - Alpha elatton 993b30); e che l’accordo di E con δ non vale contro J, come invece risulterebbe da Harlfinger.

5)     Nel gruppo di codici β primeggia per autorità Ab: almeno nei primi dieci libri della Metafisica, non è stato possibile provare l’indipendenza di M da Ab (quale risulterebbe dagli stemmi), se non a partire dal libro Kappa (quando M passa a trascrivere nei margini il commento di Georgios Pachymeres – della cui sezione su Lambda 1-4 è presentata una prima trascrizione in Fazzo 2009, pp. 496-510). Ma non è detto che da lì in poi M rappresenti un ramo β indipendente. Quanto al testo β, esso si presenta complessivamente contaminato, dipendente prima da E (o da fonte vicina a E, fino a Kappa 1065a26 soprattutto) e poi piuttosto da δ, specialmente nei libri Kappa e seguenti. In altri termini, secondo lo stemma del 2015, β deriva in parte da J via E, in parte da J via δ. Si tratta di esaminare se le cose stiano così, caso nel quale non sarà più necessario citare nell’apparato della Metafisica i codici detti β.

6)     Diversa e più generale questione si pone – ed esula dunque dallo studio del 2015 e dalla costituzione dello stemma – quanto all’enorme valore documentario del commento autentico di Alessandro di Afrodisia alla Metafisica. Il commento di Alessandro, che copre i libri I-V, è conservato in due recensiones distinte, dette dagli editori vulgata e altera in ragione delle rispettive storie editoriali. Entrambe hanno subito aggiustamenti di vario ordine nel corso della tradizione, ma in modo indipendente e reciprocamente irriducibile: sono entrambe indispensabili, ma difficili da presentare contestualmente. Il problema, che è importante, meriterebbe un progetto di visualizzazione alternativa, possibilmente interattiva, annotabile, collaborativa, in forma di ipertesto (Fazzo, 2017-2018, 2017b sulle due recensiones; 2017-2018, p. 703s. sul progetto ipertestuale).

 

Tale, dunque, lo stemma codicum proposto nel 2015 sulla base degli stemmi preesistenti, riveduti secondo i dati provenienti dai libri Lambda e Kappa. Lo stemma è stato allora introdotto con questa dichiarazione di programma, che conclude quel saggio (p. 294):

In definitiva, l’esistenza di γ non può dirsi in alcun modo dimostrata, e nemmeno la tesi secondo la quale il codice J comporterebbe errori disgiuntivi che impediscono di pensare che da esso derivi qualcuno degli altri codici, almeno per i codici e per i passi sinora esaminati da Harlfinger. Di qui l’opportunità di proporre, a titolo di ipotesi, uno stemma radicalmente alternativo. Con questo, si intende perlomeno favorire l’esame dialettico di tutte le possibilità utili per descrivere la configurazione delle relazioni fra codici, sulla base delle collazioni di varianti che si renderanno prossimamente disponibili.

Ora dunque verificheremo lo stemma su una sezione del libro Zeta. Il caso di studio di Zeta 17 ne costituisce un banco di prova.

Come premessa del testo qui edito, gioverà aver anticipato preliminarmente le seguenti osservazioni.

a) Il testo di J, che lo stemma valorizza come primario, non risulta quasi mai completamente illeggibile; tuttavia, alcuni passi si rivelano più o meno ostici; un passo in specie è agevolmente rivedibile ope ingenii (1041a27). Si notano inoltre in J alcune peculiarità ricorrenti nel codice intero, anche negli altri libri aristotelici, rispettate dal revisore J2, ma destinate a sparire nella tradizione successiva. Si tratta per esempio della presenza di ν efelcistico davanti a consonante, trasmessa anche in E1 e poi erasa da E2. Distintiva anche la frequente preferenza di J per γίνεται su γίγνεται. Dato lo scrupolo quasi religioso tenuto da J2 nella revisione del testo, supponiamo che tali tratti caratteristici siano riconducibili a Π, sono pertanto conservati nella nostra edizione, dove risultano leggermente evidenziati in corsivo, senza appesantirne l’apparato critico.

b) In J non si riscontrano errori propriamente separativi (Trennfehler) né rispetto a E né rispetto agli altri codici. In altri termini non si riscontrano errori che uno scriba del IX-X secolo non potesse rivedere congetturalmente. Ciò era già indicato come altamente probabile dallo stemma Fazzo (2015), (2017). Questo dato, da una parte, va a riprova del valore documentario primario e distintivo del codice J, dall’altra, induce a mettere in dubbio la relazione diretta di E con Π: che E abbia usato Π, dai dati relativi a Zeta 17, non risulta. Al contrario, tutte le varianti di E rispetto a J si possono spiegare come revisioni editoriali del testo J, che resta, a differenza di E, come documento primario della presente edizione.

c) Tutte le varianti di Ab (dette β) si possono a loro volta spiegare in due modi concomitanti: in primo luogo come revisioni editoriali del testo (su una base prossima a E più che a J), ope ingenii; in secondo luogo come armonizzazioni con il commento di Michele di Efeso, che è in buona parte una parafrasi, ed è contestualmente trasmesso nel codice Ab stesso. Nel primo caso, trattasi a volte di dettagli senza importanza, per esempio inversioni fra sostantivo e aggettivo, nelle quali gli editori del XX secolo tendono a seguire Ab anche senza un motivo determinato: indizio chiaro, questo, della convinzione diffusa che Ab avesse un archetipo più antico di quello di J ed E. È invece vero, come osservavano già Frede e Patzig nel 1988, che il testo di Ab non va preferito a quello di J e di E, è infatti l’esito di una revisione che rischia di inficiare il testo in modo sottile ma significativo. La seconda modalità andrà considerata con attenzione: è soprattutto quando Ab rivede il testo di Aristotele secondo la parafrasi di Michele ­– più precisamente: secondo il codice L della parafrasi di Michele, cfr. le note infra su καταλλήλως in 1041a33 e τάδε τόδε in 1041b2 –che potrebbe sembrare avere una fonte altra e indipendente, almeno a chi non osservasse questo fenomeno. E invece è il contrario: Ab della Metafisica e L del suo commento greco edito da Hayduck sono lo stesso codice Laur. 87.12, peraltro vicinissimo nel tempo all’attività stessa di Michele. Ciò rende probabile che l’armonizzazione fra testo e commento avvenga proprio al momento della copia del Laurenziano, all’inizio del XII secolo: questo sarebbe il vero terminus post quem della tradizione β della Metafisica quale la conosciamo in Ab e M. Questo punto mobilita una riflessione: forse, se questi dati fossero stati disponibili, Frede e Patzig avrebbero evitato di fare eccezioni al loro modus edendi per i passi di Zeta 17 dove hanno adottato le varianti di Ab e.g. in 1041b2 (vedi infra le nostre finali “Note sulla costituzione del testo”, ad loc.). Ma fino al secolo scorso non si era provato a chiarire la filiazione di questi codici: facendo la cronistoria del problema, abbiamo visto quante tappe siano state necessarie.

d) Le varianti del testo δ, tratte dai codici Es, Eb e Vd si possono tutte spiegare o come errori o come tentativi di revisione del testo di J (cfr. 1041a33). Nei casi più difficili si conferma anche la contaminazione di δ con E indicata nel 2015 (cfr. e.g. 1041a27). Il testo δ non va preferito a J se non come fonte di congetture.

Va insomma sottolineata l’assenza in J di errori separativi (Trennfehler nel senso di Maas) rispetto agli altri codici tutti, per tutta la sezione considerata.

Ciò costituisce un argomento e silentio contro l’indipendenza di E e degli altri codici da J per il testo di Zeta 17. Se si giudicasse secondo un principio di economia, J apparirebbe codex unicus (da intendere ai sensi del §20 di Maas, Textkritik) almeno per questa sezione della Metafisica. L’ipotesi sarebbe di grande, ingombrante e quasi imbarazzante novità. L’indagine dovrà indubbiamente continuare altrove e prendere in esame una casistica molto più ampia.

Quanto ai criteri editoriali che qui saranno adottati e che contiamo di adottare in futuro, essi derivano dai punti principali delle precedenti osservazioni: si è dunque sempre seguito e tradotto il testo J, tranne in 1041a27, dove è stato qui emendato seguendo E. In altri casi, e in specie nel passo 1041a33-b4, forse il più arduo, le varianti degli altri codici adottate da Ross e Jaeger non appaiono risolutive anzi talora peggiorano la comprensione come avviene in 1041a33.

Detto tutto ciò, in realtà la più importante miglioria che possiamo apportare a Zeta 17 rispetto alle edizioni attualmente a stampa non deriva dall’esame di nessuna di queste varianti, non risiede cioè nel reintegrare qualche minuzia di J, e forse nemmeno nella scelta di mantenere διoρθώσαντας in luogo di διαρθρώσαντας (1041b2), che pure è importante e dovrà essere oggetto di commento storico, critico e metodologico. Il ripristino principale consiste invece soprattutto nel reintegrare nel testo di 1041b8 una frase conclusiva fondamentale, τοῦτο δ’ ἐστὶν τὸ εἶδος, espunta da Jaeger e da Christ e seclusa fra parentesi da Ross, cfr. infra, “Note sulla costituzione del testo”.

In tutto questo, eravamo partiti con il proposito di corredare di un testo greco riveduto le analisi di Berti nel suo commento a questo capitolo. Ci ha incoraggiato l’interesse di Berti (2017) stesso per la costituzione del testo. I suoi esiti non divergono quasi mai radicalmente dai nostri, anche se Berti non ha lavorato sui manoscritti della Metafisica. Questa consonanza è una riprova indiretta, in realtà, della natura editoriale della maggior parte delle varianti fra codici, che in sede di traduzione risultano spesso di poca importanza. Questo risultato, che si riscontra in altri casi, e porta alcuni a considerare poco rilevante la critica testuale della Metafisica, fa invece riflettere chi consideri il problema in senso sistematico. È infatti poco compatibile con l’idea della tradizione della Metafisica come recensione aperta. Se, come vogliono Bernardinello e Harlfinger, il testo venisse da due distinti archetipi, ci si attenderebbe che la loro trasmissione comporti accidenti vari e casuali, di vario impatto dunque, non solo di carattere editoriale. È dunque assai importante non solo aver trovato il contrario, ma averne documentato analiticamente i motivi, cosa che non era stata possibile in passato.

Si mostra pertanto auspicabile e necessaria un’edizione del testo critico del codice J riveduto da J2, possibilmente digitalizzato e modificabile (eventualmente comparabile con le riproduzioni del codice J stesso e degli altri codici poziori della Metafisica, da tempo accessibili online).

In tal modo, sarebbe più agevole al lettore, sia assumere la responsabilità delle proprie scelte editoriali, sia entrare nel merito – talora decisivo – della costituzione del testo. Una tale disponibilità di risorse online potrebbe favorire modi progrediti e innovativi dell’aristotelismo nel nuovo millennio.

Ricordo che le collazioni sono state svolte da Marco Ghione, che ha assistito da vicino l’intera impresa, con la collaborazione di Laura Folli. Questi studiosi lavorano da tempo a una collazione dei codici poziori della Metafisica. Desidero esprimere loro la mia gratitudine e sottolineare l’apporto decisivo che tale lavoro ha dato a queste ricerche. La trascrizione dell’intero testo di J, qui stabilito come testo principale, come di molte delle altre varianti, è stata personalmente controllata da chi scrive. Per gli scopi presenti, si trovano evidenziati in grassetto i luoghi ove si reperiscano variae lectiones, e sottolineate le differenze dal testo di Ross e/o di Jaeger.

La traduzione vale a legittimare e motivare le scelte editoriali, specie quelle a favore delle lezioni considerate difficili, se non impossibili. Per incoraggiare la lettura, sarà qui preposta a ogni sezione del testo greco.

Ecco, dunque, traduzione ed edizione di Zeta 17, nelle quali per i motivi qui illustrati, seguiamo come fonte primaria il ms. J, Vind. phil. gr. 100, f. 166v33-167r32.

 

 

Conspectus siglorum

J               Wien, Österreichische Nationalbibliothek, ms. Vind. phil. gr. 100 (poco dopo la metà del IX sec.)

J2             revisore (διορθωτής) di J (verso i due terzi del IX sec.)

E             Paris, Bibliothèque Nationale de France, ms. Paris. gr. 1853 (prima mano, inizio del X sec.)

Ab           Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, ms. Laur. 87.12 (XII sec.)

Es            Madrid, ms. Escor. Y III 18 (XIII sec. in.)

Eb           Venezia, Biblioteca Nazionale Marciana, ms. Marc. gr. Z. 211 (XIII sec. ca.)

Vd           Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, ms. Vat. gr. 255 (XIV sec. in.)

 

Rarius citantur

Y             Paris, Suppl. gr. 687 (Iota 1056a12-1057a26, Kappa 1059a18-1060a15, X sec. in. [Carlo Maria Mazzucchi per verba])

Ib             Paris, Bibliothèque nationale de France, Par. Coisl. gr. 161 (XIV sec.)

Pb        Paris, Suppl. Gr. 642 (XIV ex.)

M            Milano, Biblioteca Ambrosiana, ms. Ambr. F. 113 Sup. (metà XIV sec.)

Vk           Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, ms. Vat. gr. 115 (Met. Alpha-Epsilon) (metà XV sec.)

C             Torino, Biblioteca nazionale, ms. Taur. B VII 23 (XV sec., terzo quarto)

 

Ascl.       Asclepio in Metaph., ed. M. Hayduck CAG VI.2, Berlin, 1888.

Mich.     Michele di Efeso, XII s. (il cosiddetto “pseudo-Alessandro”) in Metaph, ed. M. Hayduck CAG I, Berlin, 1891, p. 668-721

Mich. l Mich. c Mich.p = lemma, citazione, parafrasi, ibid.

 

Christ, W. (ed.) Aristotelis Metaphysica, recognovit W. Christ, Leipzig, Teubner, 18952; vidi: editio stereotypa 1906.

Frede, M.- Patzig, G. (edd.) Aristoteles Metaphysik Z, 2 voll. München: Beck, 1988.

Jaeger, W. (ed.) Aristotelis Metaphysica, Oxford OCT 1957.

Ross W. D. (ed.) Aristotle’s Metaphysics, Oxford, 19241.

 

 

Aristotele Metafisica Zeta 17

 

1041a6-10

Che cosa bisogna dire che sia la sostanza, e di quale sorta sia, diciamolo ora, quasi ricominciando il discorso. Da queste considerazioni, forse diverrà chiaro anche ciò che riguarda quella sostanza che è separata dalle sostanze sensibili. Poiché dunque la sostanza è un principio e una causa, bisogna ripartire da qui.

 

τί δὲ χρὴ λέγειν καὶ ὁποῖόν τι τὴν οὐσίαν, πάλιν

ἄλλην οἷον ἀρχὴν ποιησάμενοι λέγωμεν· ἴσως γὰρ ἐκ τού-

των ἔσται δῆλον καὶ περὶ ἐκείνης τῆς οὐσίας ἥτις ἐστίν κεχω-

ρισμένη τῶν αἰσθητῶν οὐσιῶν. ἐπεὶ οὖν ἡ οὐσία ἀρχὴ καὶ

αἰτία τις ἐστίν, ἐντεῦθεν μετιτέον.                                                             10

 

1041a10-16

Il ‘perché’ si cerca ogni volta così: perché Χ è vero di Y? Indagare perché l’uomo musico sia uomo musico significa, infatti, o indagare ciò che si è detto, perché l’uomo sia musico, o indagare altro. Ma dunque sul perché X sia X, non c’è nulla da indagare. Bisogna infatti che il ‘che’ e l’‘essere’ si trovino ad essere chiari. Intendo per esempio che dev’essere chiaro che la luna si eclissa.

 

ζητεῖται δὲ τὸ διὰ τί                                                                          10

αεὶ οὕτως· διὰ τί ἄλλο τι ἄλλῳ τινὶ ὑπάρχει; τὸ γὰρ ζη-

τεῖν διὰ τί ὁ μουσικὸς ἄνθρωπος μουσικὸς ἄνθρωπός ἐστιν,

ἤτοι ἐστὶν τὸ εἰρημένον ζητεῖν, διὰ τί ὁ ἄνθρωπος μουσικός

ἐστιν, ἢ ἄλλο. τὸ μὲν οὖν διὰ τί αὐτό ἐστιν αὐτό, οὐδέν ἐστιν

ζητεῖν. δεῖ γὰρ τὸ ὅτι καὶ τὸ εἶναι ὑπάρχειν δῆλα ὄντα,                          15

λέγω δ’ οἷον ὅτι ἡ σελήνη ἐκλείπει.

 

1041a11 αἰεὶ JE : ἀεὶ Es Eb Vd Ross Jae : om. AbM || ἄλλο τι JE : ἄλλο AbM Es Eb Vd Ross Jae ||

a14 διὰ τί αὐτό J2 E AbM Eb Vd : διαὐτό J1 (τι mg. J2)

 

1041a16-20

Di X, quanto al suo essere X, c’è una sola ragione e una sola causa tutte le volte, quella stessa che spiega perché l’uomo è uomo e perché il musico è musico. A meno che non si dica che nessun ente può essere separato da sé: questo era infatti l’essenza dell’essere uno. Ma questa è una spiegazione abbreviata che è comune a tutti gli enti.

 

αὐτοῦ δὲ ὅτι αὐτό,

εἷς λόγος καὶ μία αἰτία ἐπὶ πάντων, διὰ τί ὁ ἄνθρωπος

ἄνθρωπος μουσικὸς μουσικός· πλὴν εἴ τις λέγοι ὅτι ἀδιαί-

ρετον πρὸς αὑτὸ ἕκαστον· τοῦτο δἦν τὸ ἓν εἶναι. ἀλλὰ τοῦτο

κοινόν τε κατὰ πάντων καὶ τὸ σύντομον.                                                    20

 

 a16 αὐτοῦ JE Eb1 Vd : αὐτό AbM Es Eb2 Ross Jae  || a18 μουσικὸς JE Eb Vdom. AbM || a19 ἓν JE Es Eb Vd : ἑνὶ AbM Ross Jae || a20 τε JE Es Eb Vd : γε AbM Ross Jae || τὸ J Eb Vd : om. E AbM Es Ross Jae

 

1041a20-24

Qualcuno potrebbe indagare perché l’uomo sia un animale di questo tipo; questo allora è chiaro: che non indaga perché colui che è uomo sia uomo; indaga dunque perché qualcosa sia vero di qualcosa – che è vero, deve essere chiaro, se infatti non fosse così, questi indaga sul nulla.

 

ζητήσειε δ’ ἄν τις                                                                               20

διὰ τί ἄνθρωπός ἐστι ζῷον τοιονδί · τοῦτο μὲν τοίνυν

δῆλον, ὅτι οὐ ζητεῖ διὰ τί ὅς ἐστιν ἄνθρωπος ἄνθρωπός ἐστιν ·

τὶ ἄρα κατά τινος ζητεῖ διὰ τί ὑπάρχει· ὅτι δ’ ὑπάρχει,

δεῖ δῆλον εἶναι, εἰ γὰρ μὴ οὕτως, οὐδὲν ζητεῖ ·

 

a21 ὁ ἄνθρωπός JE Es Eb Vd Jae : ἄνθρωπός AbM Ross || a22 διὰ τί om. AbM || a24 δεῖ om. AbM

 

1041a24-28

Per esempio, perché tuona? Perché si produce rumore fra le nuvole – infatti ciò che si indaga è qualcosa che si dice di qualche cos’altro, così; e perché queste cose, per esempio mattoni e pietre, sono una casa? È chiaro, dunque, ciò che si cerca: la causa.

 

οἷον διὰ τί

βροντᾷ; διότι ψόφος γνεται ἐν τοῖς νέφεσιν· ἄλλο γὰρ                          25

οὕτως κατ’ ἄλλου ἐστὶν τὸ ζητούμενον, καὶ διὰ τί ταδί, οἷον

πλίνθοι καὶ λίθοι, οἰκία ἐστίν; φανερὸν τοίνυν ζητεῖ, τὸ

αἴτιον.

a25 διότι JE Es Eb Vd : διὰ τί AbM Ross Jae || a26 οὕτως JE Es Eb Vd : οὕτω AbM Ross Jae || ταδί JE Es Eb Vd Ross Jae : τοδὶ AbM || a27 πλίνθοι καὶ λίθοι JE Es Eb Vd Ross Jae : λίθοι καὶ πλίνθοι AbM || οἰκία E AbM Es Vd Ib Ross Jae : καὶ ἅ J : καὶ οἰκία Eb || ὅ J : ὅτι E AbM Es Eb Vd Ib Ross Jae

 

1041a28-32

La causa, dal punto di vista della ricerca delle definizioni, è la quiddità; e questa, in alcuni casi, è il fine-in-vista-del quale, come forse nel caso di una casa o di un letto; in altri casi, la causa è la risposta alla domanda: qual è stato il primo motore? Anche questo infatti è una causa, salvo che questo tipo di causa si usa per spiegare la generazione e la corruzione, l’altro, anche per l’essere.

 

τοῦτο δὲ ἐστὶν τὸ τί ἦν εἶναι, ὡς εἰπεῖν λογικῶς, ὃ

ἐπ’ ἐνίων μέν ἐστιν τίνος ἕνεκα, οἷον ἴσως ἐπ’ οἰκίας ἢ κλί-

νης, ἐπ’ ἐνίων δὲ τί ἐκίνησε πρῶτον· αἴτιον γὰρ καὶ τοῦτο.                               30

ἀλλὰ τὸ μὲν τοιοῦτον αἴτιον ἐπὶ τοῦ γνεσθαι ζητεῖται καὶ

φθείρεσθαι, θάτερον δὲ καὶ ἐπὶ τοῦ εἶναι.

 

a28 τοῦτολογικῶς] damnavit Mich. 540.38s. del. Jae || a29 οἷον om. Eb || 30 αἴτιον om. M

           

1041a32-b4

L’oggetto dell’indagine invece sfugge quando non si tratta di ciò che si dice di altro, bensì per esempio si cerca che cosa sia ‘uomo’. Qui l’oggetto sfugge perché è enunciato in modo semplice, e non si definisce che queste cose <sono uomo>, o che questo <è uomo>. Invece si deve cercare avendo proceduto in modo corretto (διoρθώσαντας): se no, si confondono il cercare nulla e cercare qualcosa.

 

λανθάνει δὲ μά-

λιστα τὸ ζητούμενον ἐν τοῖς μὴ κατ’ ἄλλων λεγομένοις,

οἷον ἄνθρωπος τί ἐστι ζητεῖται, διὰ τὸ ἁπλῶς λέγεσθαι                     1041b1

ἀλλὰ μὴ διορίζειν ὅτι τάδε τόδε. ἀλλὰ δεῖ διoρθώ-

σαντας ζητεῖν· εἰ δὲ μή, κοινὸν τοῦ μηθὲν ζητεῖν καὶ τοῦ

ζητεῖν τι γνεται.

 

a33 κατ’ἄλλων J Ep.c. Es Eb1: κατ’ ἀλλήλων Ross Jae καταλλήλως AbM Mich.l Mich.p 541,14 Mich.c 541.27 (καταλλήλως Mich.c cod. LF κατ’ ἀλλήλων cod. A) Eb2 Vd || 1041b2 ἢ JE Es Eb Vd : om. Ab Mich.p 541,20 Ross Jae || b2 διoρθώσαντας JE Es Eb Vd: διαρθρώσαντας AbM Mich. p 541,20  Ross Jae || b3 μηδὲν M || καὶ τοῦ ζητεῖν τι JE Es Eb Vd Ross Jae : om. AbM

1041b4-9

Ma poiché bisogna che l’essere stia in un certo modo e appartenga al soggetto, è chiaro che <chi cerca>, cerca perché la materia è. Per esempio, perché queste cose sono casa? Perché ad esse appartiene l'essenza della casa. E <perché> questo è un uomo? Oppure, perché questo corpo che è così <è un uomo>? Dunque, si cerca la causa della materia. La causa è la forma: la forma è ciò a causa di cui la materia è ciò che è. Questa è la sostanza!

 

ἐπεὶ δὲ δεῖ ἔχειν τε καὶ ὑπάρχειν τὸ

εἶναι, δῆλον δὴ ὅτι τὴν ὕλην ζητεῖ διὰ τί ἐστιν· οἷον οἰκία                                  5

ταδὶ διὰ τί; ὅτι ταδὶ ὑπάρχει ὃ ἦν οἰκίᾳ εἶναι. καὶ ἄν-

θρωπος ὁδί; ἢ τὸ σῶμα τοῦτο τοδὶ ἔχον. ὥστε τὸ αἴτιον

ζητεῖται τῆς ὕλης· τοῦτο δ’ ἐστὶν τὸ εἶδος ᾧ τί ἐστιν· τοῦτο

δ’ ἡ οὐσία.

 

b4 ἐπεὶ δὲ JE AbM Vd : ἐπεὶ δὴ δὲ Es Eb || τε om. AbM || b5 διὰ τί <τι> ἐστιν edd. a Christ || b6 διὰ τί ὅτι ταδὶ JE Es Vd p.c.: διότι AbM : ἐάν τι ταδὶ Eb : διὰ τί ὅτι Ross Jae || ὃ ἦν om. AbM || b6-7 ὑπάρχει – τοῦτο om. Vda.c. || 1041b7 ὁδί JE Es Eb : τοδί Ab Ross Jae : ταδί Μ || b8 τοῦτο δ’ ἐστὶν τὸ εἶδος] del. Christ Jae Frede-Patzig in parenth. secl. Ross

 

1041b9-19

È chiaro, dunque, che degli enti semplici non c’è ricerca né c’è insegnamento, ma vanno indagati in modo diverso. E poiché ciò che consta di una materia si intende composto sì, ma non come un cumulo, bensì in modo tale da essere un tutt’uno, come la sillaba, e poiché la sillaba non è identica alla somma delle lettere, perché β e α non sono la stessa cosa <della sillaba>, così come la carne è fuoco e terra, tanto è vero che la sillaba e la carne, quando si dissolvono, non ci sono più, mentre gli elementi di cui sono fatte ci sono, ebbene, la sillaba è qualcosa, e non è solo le lettere, vocale e consonante, ma è qualcosa di diverso, e la carne non è solo fuoco e terra, o caldo e freddo, ma è anche qualcos’altro.

 

φανερὸν τοίνυν ὅτι ἐπὶ τῶν ἁπλῶν οὐκ ἔστι ζήτη-

σις οὐδὲ δίδαξις, ἀλλ’ ἕτερος τρόπος τῆς ζητήσεως τῶν τοιού-                10

των. ἐπεὶ δὲ τὸ ἔκ τινος σύνθετον οὕτως ὥστε ἓν εἶναι τὸ πᾶν,

ἀλλὰ μὴ ὡς σωρὸς ἀλλ’ ὡς ἡ συλλαβή, ἡ δὲ συλλαβὴ

οὐκ ἔστι τὰ στοιχεῖα, οὐδὲ ταὐτὸ τὸ β καὶ α, οὐδ’

ἡ σὰρξ πῦρ καὶ γῆ, διαλυθέντων γὰρ τὰ μὲν οὐκέτι ἔστιν,

οἷον σὰρξ καὶ ἡ συλλαβή, τὰ δὲ στοιχεῖα ἔστιν, καὶ τὸ                                     15

πῦρ καὶ ἡ γῆ, ἔστιν ἄρα τι ἡ συλλαβή, οὐ μόνον τὰ στοι-

χεῖα τὸ φωνῆεν καὶ ἄφωνον ἀλλὰ καὶ ἕτερόν τι· καὶ ἡ

σὰρξ οὐ μόνον πῦρ καὶ γῆ ἢ τὸ θερμὸν καὶ ψυχρὸν,

ἀλλὰ καὶ ἕτερόν τι.

 

b9  ἔστι JE AbM: ἔστι τι Es Eb Vd : ἔστι τι Es || b10 οὐδὲ δίδαξις om. J1 mg. J2 || b12 ἀλλὰ JE Es Eb Vd : ἂν AbM Ross : om. Jae [ἂν del. Jae] || b12 δὲ JE Es Eb Vd in ras. M: τε Ab || b13 ἔστι JE Es Eb Vd in ras. M Ross Jae : ἔσται Ab || ταὐτὸ τὸ  JE Eb : ταὐτὸ τὰ Es : τῷ βα αὐτὸ τῷ Ab : τῷ βα ταὐτὸ τὸ Ross Jae : ταὐτὸ τῷ βα τὸ (ταὐτὸ in ras.) Mp.c.  : ταὐτὸ τῷ Vd Frede-Patzig ex Ascl. CAG VI.2, 451, 21-22 || β καὶ α] βῆτα καὶ ἄλφα Ab (cfr. Mich. 542.16) || b14 τὰ JE Es Eb Vd : τὸ Ab || b15 pr. om. Ab || b16 ἄρα τι συλλαβή JE Es Vd Ross Jae : δὲ ἔστι ἄρα συλλαβή Eb : δὲ τῆς συλλαβῆς AbM

 

1041b19-25

Se dunque è necessario che anche questo <qualcosa che è diverso dalla materia> sia, o elemento o composto di elementi, se è elemento, varrà di nuovo lo stesso ragionamento: infatti da questo e dal fuoco e dalla terra sarà composta la carne, e ancora da qualcos’altro, così che si andrà all’infinito; se invece è composto da un elemento, è chiaro che però non è composto da uno ma da più d’uno, altrimenti l’elemento sarebbe la cosa stessa, di modo che al suo riguardo faremo di nuovo lo stesso discorso che per la carne e per la sillaba.

 

εἰ τοίνυν ἀνάγκη κἀκεῖνο ἢ στοιχεῖον

ἢ ἐκ στοιχείων εἶναι, εἰ μὲν στοιχεῖον, πάλιν ὁ αὐτὸς λόγος                             20

ἔσται· ἐκ τούτου γὰρ καὶ πυρὸς καὶ γῆς ἔσται ἡ σὰρξ καὶ

ἔτι ἄλλου, ὥστ’ εἰς ἄπειρον βαδιεῖται· εἰ δὲ ἐκ στοιχείου,

δῆλον ὅτι οὐχ ἑνὸς ἀλλὰ πλειόνων, ἢ ἐκεῖνο αὐτὸ ἔσται,

ὥστε πάλιν ἐπὶ τούτου τὸν αὐτὸν ἐροῦμεν λόγον καὶ ἐπὶ τῆς

σαρκὸς ἢ συλλαβῆς.                                                                           25

 

b20-21 ὁ αὐτὸς λόγος ἔσται JE Es Eb Vd : ὁ αὐτὸς ἔσται λόγος AbM Ross Jae || b22 ἔτι ἄλλου JE Es Eb Vd Ross : εἴ τι ἄλλο AbM Jae || ἐκ στοιχείου JE AbM Es Vd : ἐκ στοιχείων Eb || b24 ἐπὶ τούτου JE AbM Es Vd : ἐπὶ τοῦτο Eb

 

1041b25-28

Sembrerebbe essere qualcosa ed essere elemento, o comunque essere causa del fatto che questa determinata cosa sia carne e quest’altra sia sillaba, e così anche negli altri casi. Questa causa è infatti sostanza di ogni cosa, perché questa è la causa prima dell’essere.

 

δόξειε δ’ ἂν εἶναί τι τοῦτο καὶ                                                                     25

στοιχεῖον, καὶ αἴτιόν γε τοῦ εἶναι τοδὶ μὲν σάρκα τοδὶ δὲ

συλλαβήν, ὁμοίως δὲ καὶ ἐπὶ τῶν ἄλλων. οὐσία δὲ ἑκάστου

μὲν τοῦτο· τοῦτο γὰρ αἴτιον πρῶτον τοῦ εἶναι·

 

b25 δόξειε δ’ ἂν ] δόξειεν ἂν AbM || καὶ J Ea.c. Es Vd : καὶ οὐ Ep.c. AbM Eb Ross Jae || b27 πρῶτον τοῦ εἶναι JE Es Vd Ross Jae : πρώτου τοῦ εἶναι Eb : τοῦ εἶναι πρῶτον AbM

 

1041b28-33

E poiché alcune delle cose non sono sostanze, ma quelle che sono sostanze sono costituite secondo natura e per natura, sembrerebbe che per alcune sia sostanza la natura stessa, che non è elemento, ma principio. Elemento è invece ciò che si trova dividendo e che sta dentro in funzione di materia, come lo sono, per la sillaba, l’α e la β.

 

ἐπεὶ δ’ ἔνια

οὐκ οὐσίαι τῶν πραγμάτων, ἀλλ’ ὅσαι οὐσίαι, κατὰ φύσιν

καὶ φύσει συνεστήκασι, φανείη ἄν τισι αὐτὴ ἡ φύσις οὐσία,                 30

ἥ ἐστιν οὐ στοιχεῖον ἀλλ’ ἀρχή· στοιχεῖον δ’ ἐστὶν εἰς ὃ

διαιρεῖται, ἐνυπάρχον ὡς ὕλην, οἷον τῆς συλλαβῆς τὸ α

καὶ τὸ β.

 

b29 ὅσαι JE Es Eb Vd Ross Jae: αἱ AbM || b29-30 κατὰ φύσιν καὶ φύσει J Es Eb Vd Ross : κατὰ φύσιν E Jae : φύσει AbM || b30 ἄν τισι JE Es Eb Vd : ἂν ὅτι AbM : ἂν Ross Jae || αὐτὴ ἡ φύσις scripsi Ib : αὕτη ἡ φύσις JE Ab Es Eb Vd Pb Ross Jae || b33 τὸ JE Es Eb Vd Ross Jae : om. AbM

 

 

Note sulla costituzione del testo

 

L’osservazione del testo del capitolo e del suo apparato critico consente alcune note generali:

Ci sono in Zeta 17 almeno tre varianti (una in 1041a33 e due in 1041b2, cfr. infra) che Ab sembra riprendere dalla parafrasi di Michele di Efeso, e che sono state adottate quasi all’unanimità dagli editori fra XIX e XX secolo e anche dagli studiosi più recenti. Il fenomeno non sorprende che in parte. Invero, non è strano né inconsueto che Michele proponga una parafrasi del testo tràdito: al contrario, il suo commento alla Metafisica è in buona parte una parafrasi di Aristotele, nella quale la lectio facilior è di casa a buon diritto. Ed è comprensibile che Ab adatti il testo di Aristotele al commento, almeno per chi abbia familiarità con il Laur. 87.12. Questo fa parte delle molte, complesse operazioni che il copista di Ab mette in atto ai fini di un progetto editoriale integrato, nel quale il commento deve spiegare il testo e il testo deve corrispondere al commento. Ciò comporta un allontanamento inevitabile da alcune espressioni alquanto tecniche del linguaggio aristotelico.

Più sorprendente è che gli editori abbiano così sovente optato per il testo apparentemente agevolato di Ab.

È da notare altresì che le lezioni più difficili di J, rispetto agli altri codici, hanno qualcosa in comune, il fatto cioè di presupporre un’espressione brachilogica, ellittica assai spesso della copula (verbo essere) e spesso anche del soggetto. Il testo di J è indubbiamente più difficile di quello di Ab (per es. in 1041a25, a27, b2, b22), è pertanto paleograficamente poziore. Le lezioni di J andranno dunque adottate quando possibile.

D’altra parte il testo di J è molto logico, comprensibile nel contesto: le varianti di J, pur se scartate dagli editori, fanno sistema; ciò depone contro l’opinione, di fatto comune in più casi agli editori, che si tratti di errori. In secondo luogo, se anche fossero errori, queste lezioni potrebbero essere rivedute in diverse fasi della tradizione poziore, affidata a scribi molto competenti ed accurati. Non sussistono le condizioni perché alcuna lezione di J valga né come Trennfehler (nel senso di cui supra) né più in generale come errore-guida dal punto di vista stemmatico.

D’altra parte, la maggioranza dei codici da noi esaminati (tranne Ab) concorda nella più parte dei casi dubbi con il testo di J: segno ulteriore del fatto che il testo della Metafisica, sebbene difficile, o forse proprio perché così difficile, è stato conservato con cura ragguardevole. Questo rassicura l’editore futuro, confligge con rappresentazioni decostruttive al riguardo, incoraggia principi quanto possibile razionali nella costituzione del testo, innovativi di fatto.

Nessun editore di età moderna ha seguito per intero J, il cui testo andrà interpretato quasi ex novo e costituisce di fatto un cimento e una sfida per gli studi a venire.

 

1041a26-27

Il testo di J recita: καὶ διὰ τί ταδί, οἷον πλίνθοι καὶ λίθοι, καὶ ἐστίν;

(καὶ ἅ J : οἰκία E Ab Es Vd : καὶ οἰκία Eb )

 

“E perché queste cose, per esempio mattoni e pietre, e ciò che <queste cose, pietre e mattoni> sono?”

(καὶ J : οἰκία E Ab Es Vd)

 

È il luogo forse più difficile da difendere nella tradizione di Zeta 17. Se καὶ ἅ, il testo di J, fosse mantenuto, ἅ si riferirebbe a ‘ciò-che’ risulta da pietre e mattoni, per esempio: la casa. Indubbiamente è più naturale il testo corrente a stampa, che è quello di E, di Ab e dei codici δ, dove ΚΑΙ Α si trova emendato in ΟΙΚΙΑ, producendo così πλίνθοι καὶ λίθοι οἰκία ἐστίν “pietre e mattoni sono una casa”. Poiché l’autore della revisione può avere ragione, e questa è davvero la lezione più probabile, il passo esemplifica efficacemente un errore che non separa dalla restante tradizione il codice nel quale compare, perché negli apografi la revisione può essere insorta naturalmente, ope ingenii. Nel caso specifico, si conferma che la tradizione β presuppone il testo di E come indicato nello stemma del 2015; è verosimile che E sia preso a modello anche da codici δ come pure lo stemma suggerisce. Ma non è sicuro: la proposta di emendare ΚΑΙ Α in ΟΙΚΙΑ può essere anche insorta indipendentemente da più parti. Proposta non troppo dissimile, ma indipendente a quanto pare, si trova nel codice Eb, che qui come altrove manifesta una maggior prossimità a J rispetto ad altri codici δ (come ha notato in sede di Seminario Aristotelico Laura Folli).

 

1041a32-b4

Con la difficile sezione 1041a32-b4 si apre la fase finale e decisiva di una discussione preparata fin dall’inizio di Zeta 17. È qui indispensabile, per rendere ragione del testo tradito, prendere posizione sul senso complessivo. L’argomento si muove peraltro, come molti hanno giustamente osservato, sulla falsariga di Analitici Posteriori II e della casistica dei quattro ordini di ζητούμενα ivi prospettati (89b24s.: ζητοῦμεν δὲ τέτταρα (i) τὸ ὅτι, (ii) τὸ διότι, (iii) εἰ ἔστι, (iiii) τί ἐστιν). Qui in Zeta 17, sono inizialmente mobilitati per contrasto, a più riprese, almeno i primi due ζητούμενα – in particolare il secondo (τὸ διότι) dove il termine medio costituisce la causa ovvero il principio di spiegazione (risponde infatti alla domanda: ‘perché?’ δι τί;). In seguito, Aristotele si focalizza sull’ultimo dei quattro, il ‘che cos’è?’ (τὸ τί ἐστιν). Poiché esso consta apparentemente di un termine singolo, ‘sfugge’ in effetti quale possa essere il termine medio. Leggiamo con J:

 

L’oggetto dell’indagine (τὸ ζητούμενον) sfugge quando non si tratta di ciò che si dice di altro, bensì per esempio si cerca che cosa sia ‘uomo’. Qui l’oggetto sfugge perché è enunciato in modo semplice, e non si definisce che queste cose <sono un uomo>, o che questo <è un uomo>. Invece si deve cercare avendo posto il quesito in modo corretto (διoρθώσαντας): se no, si confondono il cercare nulla e cercare qualcosa.

 

Lo ζητούμενον sfuggente, secondo J, è dunque il principio ovvero la causa della sostanza, intesa come “ciò che non si dice di altro”: ‘sfugge’, cioè non si capisce come lo si possa individuare, cosa invece possibile tutte le volte (αἰεί) nelle quali si dia spiegazione di una coppia predicato-soggetto. Il caso di ciò che “non è predicato di altro” (μὴ κατἄλλον) è esaminato lavorando per contrasto, e il concetto è centrale e cruciale per i fini del libro Zeta. Aristotelici di stretta osservanza, pur assai distanti come Enrico Berti (qui supra in Aristotelica) e Averroè, identificano senza esitazione la questione che qui si pone: definire il principio della sostanza, e segnatamente la sostanza come ente in senso primo e cioè come principio della sostanza.

Così dice in effetti Averroè, nel suo Commento Grande al libro Zeta, Textus 59: enti semplici sono le sostanze (cfr. p. 1012.8-10 Bouyges). Cito qui, come più agevole interfaccia, la traduzione latina in corso di pubblicazione a cura di Dag Hasse (che ringraziamo della sua visita molto istruttiva al nostro seminario, il 28 maggio 2021):

 

causa que est quiditas rei et forma eius latet multum quando interrogatur de rebus que non predicantur de alio, scilicet substantiis.

 

A più riprese, Aristotele segnala, da una parte, la differenza fra questa indagine e le ricerche fisiche sulle cause (la ricerca del διὰ τί mobilitata per contrasto in 1041a10-21; diverso pare il caso in 1041b5s.) e per converso l’attinenza stretta con il tema delle forme immateriali; con il che però, come Enrico Berti avverte, non si penserà alla teologia, ma alle teorie dei principi presso gli Accademici, sulla scorta della dottrina platonica delle idee. In Zeta 17, in effetti, al centro verrà posto infine il concetto di εἶδος (1041b8).

Nella tradizione editoriale, tuttavia, a più riprese, il testo che viene adottato pare derivare in qualche modo dalla parafrasi di Michele di Efeso. Il che non è ideologicamente neutrale. Per Michele, ciò che è semplice, ovvero ciò che si dice in modo semplice, non è sinonimo di sostanza o di principio della sostanza, bensì è acquisito senz’altro in senso deteriore. Lo si vede in 541.12-20, in part. 13s., proprio dove offre una parafrasi dell’osservazione di Aristotele (1041a32s.) che l’oggetto cercato “sfugge quando si tratta di ciò che non si dice di altro” (λανθάνει … ἐν τοῖς μὴ κατ’ ἄλλων λεγομένοις).

Ivi, invece, secondo la parafrasi di Michele, l’oggetto cercato “sfugge quando è enunciato in modo non appropriato e non coerente” (ἐν τοῖς μὴ καλῶς καὶ καταλλήλως λεγομένοις λανθάνει, 541.13s. Hayduck). Il concetto sarebbe allora diverso. Si capirebbe allora che la ricerca in oggetto debba comportare per Michele (e per la tradizione esegetica dei due secoli più recenti, che segue Michele) una forma di correzione: cioè διορθόω (donde διoρθώσαντας) si intenderebbe nel senso di ‘correggere’ e il correggere si intenderebbe nel senso di articolare (διαρθρόω) e cioè di rendere non-semplice ciò che è semplice.

 

1041a33

È quasi sorprendente che nessun editore moderno accolga il testo di J, di E e di Π μὴ κατἄλλον λεγομένοις, molto chiaro: ciò che ‘non si predica di altro’.

Contestualmente, μὴ καταλλήλως, ‘bene assemblato’, già trasmigrato dal commento di Michele al codice Laur. 87.12, viene sia adattato sia adottato dalla generalità degli editori, che leggono invece μὴ κατ’αλλήλων λεγομένοις. In realtà non si capisce precisamente che cosa ciò debba significare. Stante la natura reciproca del pronome, che dovrebbe implicare ‘e viceversa’, si tratterebbe di enti che “non si dicono gli uni degli altri”. Frede-Patzig (ad loc., p. I, 315) cercano una soluzione, ma con fatica (esemplificano: forse è come quando, nel caso di un incidente stradale, ci si chiede “se uno dei due guidatori, non importa quale, abbia superato l’auto dell’altro”). Si vede che c’è una difficoltà.

In Michele, invece, καταλλήλως si capisce, ma è negativamente connotato, data l’antecedente negazione μή. Egli intende, come vedremo a proposito di 1041b2, che l’oggetto che non è formulato in modo appropriato dovrà essere articolato, per potersi spiegare con una causa efficiente di ordine teologico. 

 

1041b2 τάδε ἢ τόδε

Ci si può chiedere quale sia l’intoppo in questa lezione di J e di E, τάδε ἢ τόδε, vista l’unanime preferenza degli editori per τάδε τόδε del codice Ab: quest’ultima è mutuata probabilmente dal commento di Michele, 541.20. Ma è peggiore, almeno se si considera la differenza fra le due varianti nel modo seguente.

Stante infatti che nell’uno come nell’altro caso c’è una voce di διορίζειν usata come verbum dicendi, e che resta sottinteso il verbo essere della subordinata dipendente, ivi la differenza sembra questa: leggendo τάδε τόδε con Ab, τάδε sarà il soggetto, τόδε il nome del predicato: “… che queste cose sono questa cosa”. Si evoca così una struttura predicativa molto generale, senza riferimento al tema posto al centro, ‘che cosa è uomo’.

Invece nel corrispondente testo di J e E, accantonato da Ross e da Jaeger, τάδε ἢ τόδε sono separati da disgiunzione e possono fungere ciascuno separatamente da soggetto, tenendo ogni volta ἄνθρωπος come nome del predicato sottinteso. Si intenderà probabilmente: “…che queste cose <sono un uomo>, o che questo <è un uomo>”; il plurale ‘queste cose’ si riferirà per esempio alle parti organiche, il singolare ‘questo’ al corpo organico nel suo complesso. Questa lettura è più coerente con il seguito del passo, in 1041b6-7, ove restano al centro gli esempi già mobilitati di ‘casa’, 1041b5s. e di ‘uomo’, 1041b6s. Il testo di J è pertanto preferibile, e non solo per autorità stemmatica. Aristotele sottolinea così che il senso della domanda ‘che cosa è uomo?’ è sfuggente, mentre a queste altre domande, ‘perché queste parti organiche <sono un uomo>?’ o ‘perché questo corpo organico <è un uomo>?’ si può rispondere, ponendo εἶδος come termine medio (nel senso degli Analitici). Ogni materia che abbia questo εἶδος è un uomo. Questa materia ha questo εἶδος; dunque questo è un uomo. τὸ εἶδος è pertanto la risposta alla ricerca sulla sostanza come principio e come causa, che verrà in 1041b8, è τὸ εἶδος ᾧ τί ἐστιν. Il testo di J è il più significativo.

La differenza fra J e Ab è apparentemente minimale – si tratta in fondo di mantenere o omettere una disgiunzione ; ma può contribuire a una ricognizione anche più generale sullo stato del testo.

Quanto al testo di Ab, notiamo infatti che esso si armonizza con il dettato del commento, non però tanto secondo la recensio vulgata – cfr. almeno A1 vs. L in 541.20 Hayduck e app. cr. – bensì quale si legge nel codice Laur. 87.12 stesso ­– e in F, Ambr. F 113 Sup. f. 138r18. Cfr. anche supra, nota ad 1041a33.

 

1041b2 διoρθώσαντας

Il participio διoρθώσαντας in 1041b2 è forse la principale variante di J trascurata dagli editori in favore di Ab: διαρθρώσαντας. In entrambe le varianti, l’accusativo maschile plurale del participio aoristo concorda con il soggetto interno e sottinteso dell’infinito ζητεῖν in 1041b3, retto da δεῖ in b2. Ma la variante di Ab deriva probabilmente dal commento di Michele di Efeso, dove διoρθώσαντας risulta parafrasato con διαρθρώσαντας: questa forma, pur se composita, è lectio facilior in quanto il verbo è decisamente più consueto nella letteratura aristotelica (come notano anche Frede e Patzig ad loc.), e anche più facile da tradurre: “bisogna che coloro che cercano, cerchino avendo articolato”.

Quanto però al testo aristotelico che ne deriva, per più motivi è difficile garantire che la variante mutuata da Michele sia una miglioria, come tende a ritenersi comunemente, per due motivi, connessi fra loro.

Innanzitutto, l’assenso andrebbe sospeso almeno perché non è sicuro il senso di διoρθώσαντας, che si legge nei codici J ed E. Il verbo διορθόω, in modo in parte analogo al nostro termine ‘corretto’, sembra poter indicare un procedimento corretto, ben diretto, e cioè adeguato (cfr. il sostantivo verbale in Plat. Leg. 642a3, che però usato in tal senso appare vox rara cfr. LSJ s.v. διόρθωσις); oppure, assai più spesso, διορθόω significa rendere corretto qualcosa di sbagliato. Così lo hanno inteso gli interpreti latini medievali che unanimi traducono διoρθώσαντας nel modo più consueto, cioè con corrigentes (cfr. translatio Anonima in AL XXV.2, p. 155.2 Vuillemin-Diem, Leiden 1976; e la Recensio Guillelmi in AL XXV. 3.2 p. 166 l. 922 Vuillemin-Diem, Leiden etc. 1995; in nessun caso compare traccia della variante διαρθρώσαντας; l’arabo invece tace: sulla sezione ἀλλὰ – γίγνεται, 1041b2-4, cioè sul passaggio tra i Textus 59 e 60 commentati da Averroé, si registra una lacuna, cfr. la nota di Bouyges al Textus 60, p. 1013).

Così mostra di averlo inteso anche Michele, se ha letto il testo che noi leggiamo: per questo lo avrà parafrasato con διαρθρώσαντας, e poi questo stesso participio avrà sostituito διoρθώσαντας anche in Ab.

Così poi διαρθρώσαντας in luogo di διoρθώσαντας viene riportato nelle edizioni da Brandis 1823, in specie in Ross e Jaeger, senza che tuttavia gli editori approfondiscano l’impatto semantico di tale sostituzione.

Quanto, infatti, alla domanda “perché questo è un uomo”, la risposta non è davvero per Aristotele la stessa che per Michele: per Aristotele, si tratta dell’εἶδος come forma ovvero specie, cioè come ciò a causa di cui l’uomo è ciò che è, mentre per Michele l’εἶδος è identico a “Dio creatore e molto celebrato”, causa efficiente del venire ad essere di tutte le cose. Michele lo dice chiaramente introducendo questa sezione finale del libro Zeta, a p. 538.32-35 Hayduck:

 

Se la forma (εἶδος) negli individui è ciò che muove e ordina la materia, è chiaro che c’è una forma (εἶδος) che muove e che ordina le cose di quaggiù e che le dispone nel modo in cui sono: questo è Dio molto celebrato (εἰ τὸ εἶδος τὸ ἐν τοῖς καθ' ἕκαστά ἐστι τὸ κινοῦν τὴν ὕλην καὶ τάττον αὐτήν, δῆλον ὡς ἔστι τι εἶδος τὸ κινοῦν καὶ τάττον καὶ ποιοῦν ἔχειν τὰ τῇδε ὅπως ἔχει, καὶ ἔστι τοῦτο ὁ πολυύμνητος θεός).

 

Di fatto, la variante di Ab si trova anche in tutte le edizioni, in specie in Ross e Jaeger, senza che però venga da essi approfondito il senso della sostituzione.

Spiegazione dettagliata si trova invece in Jaulin (2021). Jaulin in 1041b2, adottando la lezione di Ab, come già assunta anche in Frede e Patzig, tuttavia riconosce il carattere secondario di Ab. Dice infatti:

 

En 1041b 2, διαρθρώσαντας, que nous traduisons, est la version de Ab et celle du Ps. Alexandre [i.e. Michele, Ndr], tandis que EJ donne διορθώσαντας qui est sans doute une meilleure version d’un point de vue philologique, mais d’un moindre intérêt philosophique. On remarquera cependant que l’une des versions (EJ) affirme la nécessité de la correction dont l’autre (Ab) décrit le contenu. Frede & Patzig 1988, 316 choisissent également διαρθρώσαντας.

 

Osserviamo, sul percorso, che lo studio del testo di Aristotele ha anche questo di straordinario: attraverso il ragionamento tenuto oggi da Jaulin possiamo capire il ragionamento tenuto all’inizio del XII secolo da Michele di Efeso nell’inserire la sua fortunata parafrasi di διoρθώσαντας in διαρθρώσαντας, ragionamento che Jaulin di fatto ripropone. Il ragionamento è sottile, indubbiamente.

Chi qui scrive non si sente però di garantire che questo sia precisamente ciò che Aristotele ha voluto dire. Non si vuole certo negare il valore dell’articolazione sintattica consentita in greco dalla copula e magistralmente esaminata prima ancora da Laspia, citata da Jaulin. Ma il flusso logico degli argomenti andrebbe capito forse meglio. A quanto pare, Aristotele, qui, al termine del percorso di Zeta, pone finalmente al centro un termine semplice e cruciale, il primo da capire, forse da sempre e per sempre, e cioè “uomo”. Pone cioè finalmente la domanda:

 

 “che cosa è ‘uomo’?” (ἄνθρωπος τί ἐστι; 1041b1)

 

Il senso, se guardiamo agli interpreti di Zeta 17 dei quali pure parla Enrico Berti in questo fascicolo, risulta oggi stranamente sotto-determinato, sembra cioè molto dipendere dalle interpretazioni, che questo studio sul testo non intende pregiudicare. Se però ci atteniamo allo sviluppo interno dell’argomento secondo la lettera del testo, non sembrerebbe troppo logico che la spiegazione, pervenuta a focalizzarsi sul termine semplice – “che cosa è ‘uomo’?” – debba poi ‘articolarsi’ di nuovo. Michele intende ‘articolare’ in un modo poco usato da Aristotele, cioè all’attivo (quella voce verbale è quasi sempre al medio-passivo) come sinonimo di διαιρέω (El. Soph. 169a7). Si tratta di passare dalla domanda “che cosa è un uomo” a “perché questo è un uomo?” Almeno prima di approvare la sostituzione di διαρθρώσαντας, ne andrebbero capiti con sicurezza i motivi di fondo, non riducibili a una maggiore, apparente, facilità di traduzione.

Leggendo non διαρθρόω, ma, con i codici J e E, διορθόω, e intendendo questo verbo secondo il suo uso più raro o rarissimo, Aristotele ci direbbe senz’altro che bisogna fare ricerca in questo modo: διoρθώσαντας, e lo potrebbe dire, forse, per dire che si deve prendere la strada giusta, diritta, maestra e guardare chiaro in faccia il problema centrale: “che cosa è un uomo?”.

Se così fosse in 1041b2, il participio di J διoρθώσαντας non solo si dovrebbe mantenere, ma anzi sarebbe sbagliato emendarlo in διαρθρώσαντας.

 

 

1041b8

A maggior ragione, non occorre alterare le righe successive al modo di Jaeger. Ivi Aristotele, infatti, mostra di aver trovato la risposta all’indagine di Zeta 17 sulla sostanza come principio e causa, in modo forse non esclusivo, ma decisivo, e di rispondere alla domanda di Zeta 1, 1028b3-7: che cosa è sostanza? La risposta è: τὸ εἶδος, inteso come

 

“ciò a causa di cui la materia è ciò che è. Questa è la sostanza!”

 

In 1041b8, sembra in effetti concludersi tutto il libro Zeta.

Il libro cominciava ponendo forte una domanda, alla fine del capitolo 1. 1028b4:

 

“Quale è la sostanza?” (τίς ἡ οὐσία).

 

Zeta 17 finalmente risponde:

 

“è la forma”.

 

Cioè in greco:

 

τοῦτο δ’ ἐστὶν τὸ εἶδος.

 

L’emendamento di Jaeger, che sopprime questa frase, proviene dall’editore Teubner: Christ (1886, 1895) rinveniva in 1041b8-9 un’anafora retoricamente problematica (come ha osservato in sede di seminario Mathilde Brémont). Ammettiamo che questo modo di esprimersi davvero abbia qualcosa di speciale. Alla domanda “qual è la causa della materia?” (ὤστε τὸ αἴτιον ζητεῖται τῆς ὕλης, 1041b7-8) ecco la risposta: “causa è la forma, in ragione della quale la materia è ciò che è: questa è la sostanza!”.

Si comprende pertanto il testo greco tràdito:

 

τοῦτο δ’ ἐστὶν τὸ εἶδος ᾧ τί ἐστιν· τοῦτο δ’ ἡ οὐσία.

 

In senso largo, τοῦτο δ’ ἡ οὐσία risponde anche a τίς ἡ οὐσία all’inizio del libro Zeta, in 1028b4. Qui, la risposta è caricata e preparata ad arte dall’anafora τοῦτο δ’ … τοῦτο δ’…  Come rendere l’enfasi in italiano? Propongo in effetti un punto esclamativo, che indichi che la risposta alla domanda di Zeta 1 finalmente in Zeta 17 è reperita. Sostanza, intesa come principio, secondo l’interrogativo posto di nuovo all’inizio di Zeta 17, è τὸ εἶδος, in quanto τὸ εἶδος è ‘la causa della materia’

 

“τὸ εἶδος è ciò a causa di cui la materia è ciò che è. Questa è la sostanza!”

 

Da lì in poi, la parte successiva di Zeta 17 costituirebbe una sorta di appendice (corollarium in Tommaso d’Aquino, In Metaphy. Arist. Commentaria, lib. VII 17 n. 15, ad loc., che ringrazio Michel Bastit di aver consultato con noi). Però si conclude con un concetto di rilievo primario: la ricerca della sostanza porta sugli enti costituiti ‘per natura’ (κατὰ φύσιν καὶ φύσει, 1041b29s.) – quelli, notiamo, che sono oggetto della scienza aristotelica del vivente – e sulla loro ‘natura stessa’. È importante leggere e tradurre αὐτὴ ἡ φύσις in 1041b30, “la natura stessa” piuttosto che αὕτη ἡ φύσις, “questa natura” come nelle correnti edizioni. Qui la decisione su spiriti e accenti (sulla quale cfr. la Nota sulla costituzione del testo ad loc.) è in effetti una decisione sul significato del testo: mentre ‘questa natura’ può essere qualunque qualità o modo di essere naturale, in contesti svariati, “la natura stessa” è, per così dire, la Natura con la N maiuscola.

Da qui una ricaduta ulteriore sulla traduzione. Stanti, in questa conclusione di Zeta, sia la risposta finale, τοῦτο δ’ ἐστὶν τὸ εἶδος in 1041b8, sia la centralità del concetto di natura, riesce difficile trascurare che nella scienza del vivente la parola εἶδος significa anche (e soprattutto) ‘specie’. Non a caso, anche qui in Zeta 17 i traduttori latini medievali traducono unanimi εἶδος come species. Altrimenti, è difficile conciliare l’identità di sostanza e εἶδος con quella di sostanza e natura.

Per contro, l’espunzione della frase in 1041b8 in Jaeger non è neutrale: sortisce l’effetto di scollare la conclusione, e forse l’indagine tutta di Zeta, dalla scienza aristotelica della natura. Questo è ricco di impatto sulla comprensione del rapporto fra filosofia prima e fisica in Aristotele.

1041b30

Stante la responsabilità che all’editore di ogni tempo è richiesta su spiriti e accenti del testo aristotelico, ci si può chiedere come leggere ΑΥΤΗ in 1041b30. Bekker, Ross e Jaeger stampano αὕτη ἡ φύσις seguendo il consensus dei codici: J E [f. 269r] Ab [f. 331r] Es Eb Vd Pb.

Ma il senso complessivo, nel contesto del libro e del passo in esame, richiede: αὐτὴ ἡ φύσις. Ora, se questa valutazione è corretta, allora è erronea quella attestata in J. Ed è specialmente interessante notare come l’errore, se è tale, si trovi anche in E, Ab, e in quasi tutti i codici δ da noi consultati (salvo Ib, Paris. Coisl. 161, f. 333r, ope ingenii indubbiamente). La presenza di un errore congiuntivo o comunque il convergere di testimoni dei diversi rami della tradizione su una scelta non specialmente probabile conforta l’ipotesi di una recensione chiusa del testo, derivata da Π tramite J.

 

 

Conclusioni

 

Questo contributo è certo lontano da un’interpretazione chiusa e determinata del libro Zeta e anche solo di Zeta 17. Qui abbiamo solo proposto un’edizione critica di quest’ultimo capitolo come specimen, secondo il codex vetustissimus J.

In questo specimen, almeno, abbiamo trovato che nessuna variante di J è secondaria: in nessun caso esaminato si attesta con certezza una fonte indipendente da J, e da Π, fonte di J. Questa indipendenza invece sarebbe necessaria se si volesse affermare che i codici posteriori a J appartengano alla tipologia di quelli che Pasquali aveva insignito come “recentiores, non deteriores”. Le varianti dei recentiores qui esaminate saranno invece da considerare, fino a prova contraria, come revisioni bizantine, che tuttavia l’editore o interprete resta libero di adottare se convinto che il testo tràdito sia corrotto, come ancora in effetti dimostra di fare Jaulin in 1041b2.

Secondo un parere autorevole come quello di Frede e Patzig, il testo di Zeta 17 nel codice di Vienna sembrerebbe particolarmente corrotto e bisognoso di emendamento ope codicum, cioè tramite il codice Ab. Pur cercando una spiegazione, essi ammettono di non averla trovata.

Avendo lavorato a lungo sulle orme di Frede e Paztig, la soluzione che troviamo è questa: il testo di Zeta 17 non è particolarmente corrotto, ma denota nell’autore scelte linguistiche idiomatiche e brachilogiche: Aristotele si rivolge qui a un pubblico ristretto di addetti ai lavori e collaboratori prossimi, educato ai modi ed espressioni in uso nell’Accademia platonica e nel primo Peripato.

Per contro, il frequente ricorso degli editori del XIX e XX secolo – inclusi Frede e Patzig – a varianti di Ab contro quelle di J si può spiegare con la necessità, sentita da questi studiosi, di rendere il testo più leggibile e apparentemente anche più traducibile, pensiamo per es. all’opposizione διoρθώσαντας vs. διαρθρώσαντας in 1041b: indubbiamente quest’ultima variante è più facile da tradurre che non quella. Tuttavia, risulta ora che chi ha adottato Ab ha seguito probabilmente la parafrasi di Michele di Efeso, il quale non ha dato di Zeta 17 un’interpretazione aristotelica ortodossa bensì una lettura fortemente teologica.

Mettere a disposizione dei lettori il testo integro di J è dunque specialmente consigliato in un caso come Zeta 17, non da ultimo per fare tabula rasa e aiutare in questo modo la comprensione di questa cruciale sezione della Metafisica che si presta a molteplici interpretazioni sia come testo di per sé, sia nella sua relazione con la restante parte del libro.

Valorizzando J, ancora più di E, ci si avvicinerà così quanto possibile al testo del perduto codice archetipo Π, radicalizzando le indicazioni già emerse nello stemma del 2015 (Figura 1, infra).

Questi progressi di indagine, che consentono una ampia conferma dello stemma, sono stati consentiti dall’attività del Seminario Aristotelico (Università del Piemonte Orientale, DSU) – che ora si intitola “Seminario Aristotelico E. Berti”. Ivi Luigi Ferrari, insieme a Michel Bastit, Laura Folli, Marco Ghione ed altri, ha condotto per mesi una serrata analisi proprio dedicata a questo capitolo, a partire dal saggio per Aristotelica di Enrico Berti, mentre Marco Ghione con Laura Folli assiduamente indagava le varianti dei manoscritti poziori. Li vorrei al riguardo specialmente ringraziare per il ruolo che hanno avuto nel consentire questa pubblicazione.

Vorrei infine ringraziare i committenti che hanno vieppiù incoraggiato questi studi sul testo della Metafisica: l’Accademia dei Lincei, cui sarà presentata una nostra edizione critica del testo greco, la Fondazione/Associazione Lorenzo Valla (Roma), nella persona di Piero Boitani, per la cui collana di classici, stampata dall’editore Mondadori, progettiamo un’edizione italiana commentata; infine, se i tempi lo consentiranno la Loeb Classical Library (Harvard University Press) dalla quale pure ci viene una dichiarazione di interesse per un nuovo testo greco della Metafisica di Aristotele.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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