Leonardo Graciotti

 

POMPONAZZI FILOLOGO ARISTOTELICO

 

 

Abstract

The article focuses on Pomponazzi’s unpublished course on the De sensu et sensato (1524/1525). Based on a few illustrative examples, I argue that, despite the use of anti-humanistic tropes, Pomponazzi often engages in linguistic exegeses of Aristotle’s text, the different editions of which he carefully compares. In a number of cases, he even corrects his Latin reference edition. The article thus emphasizes both exegetical and didactic aspects of Pomponazzi’s way of dealing with texts and provides the opportunity to challenge or to nuance some historiographical commonplaces about his intellectual profile. Moreover, such an inquiry on Pomponazzi’s university courses sheds new light on the philosophical and cultural context of the Italian Renaissance.

 

Keywords

Pietro Pomponazzi, Aristotle, De sensu et sensato,

Renaissance Philology, University Teaching

 

Author

Leonardo Graciotti

FINO Northwestern Italian Philosophy Consortium

Università di Genova, Genoa, Italy

leonardo.graciotti@gmail.com

 

 

 

 

 

 

 

Il grande valore storico dei corsi universitari di Pietro Pomponazzi (Mantova 1462 – Bologna 1525) è stato ampiamente riconosciuto a partire dalle ricerche di Bruno Nardi, P. O. Kristeller e Antonino Poppi. Molti dei pregiudizi che circolavano intorno a questo pensatore sono stati abbandonati proprio grazie allo studio approfondito dei suoi insegnamenti orali, i quali, dopo essere stati raccolti, ricopiati più volte e divulgati dai suoi studenti, sono in gran parte giunti fino a noi. Poppi, a proposito di un manoscritto da lui utilizzato per pubblicare alcune quaestiones inedite dei corsi padovani, ha fatto notare come “[q]uesto testo dal linguaggio rozzo e dialettale, dal periodare rotto e sconnesso”, abbia ancora il potere di “riattualizzare, a distanza di cinque secoli, lo stile della lezione orale del grande professore padovano”. E continua esaltando le virtù didattiche del Peretto:

 

Se il lettore, superando la sgradita impressione iniziale e qualche raro punto ormai irrecuperabile del ms., riesce a penetrare nel serrato conversare del Pomponazzi con i suoi maestri e alunni, più di una volta gli parrà di essere quasi magicamente trasportato nell’aula universitaria e coinvolto in quel vivace e sottile giuoco dialettico.[1]

 

Chiunque abbia avuto modo di lavorare alle reportationes dei corsi pomponazziani si renderà facilmente conto di quanto sia appropriata questa descrizione e, soprattutto, del motivo per cui Pomponazzi era considerato una vera e propria celebrità nel mondo accademico italiano. La sua fama certamente esplose in seguito alla pubblicazione del Tractatus de immortalitae animae (1516); tuttavia, l’enorme successo che Pomponazzi ebbe come insegnante non può essere ridotto alla presunta irreligiosità di quest’opera, ma merita di essere approfondito, proprio a partire dai suoi corsi universitari.

Come sottolineato da Poppi, il primo elemento rilevante che emerge dallo studio di questi corsi è il linguaggio antiumanistico utilizzato da Pomponazzi: un rozzo latino scolastico, ricco di motti salaci ed espressioni vernacolari. Questo suo modo scurrile di parlare attirava l’attenzione degli studenti, molti dei quali si affrettavano a registrare tutte le parole del maestro, con tanto di battute e volgarismi. Per esempio, come sottolinea Nardi, le reportationes di Gregorio Frediani da Lucca, incredibilmente ricche e dettagliate, riportano “le barzellette, le facezie, i frizzi pungenti, le frequenti frasi in dialetto mantovano e la salsa dicacitas che, al dire di Paolo Giovio, eccitava l’ilarità degli studenti”; un linguaggio che, senza dubbio, “meriterebbe di essere studiato come tipo di linguaggio antiumanistico in un periodo nel quale la retorica umanistica imperava sovrana”.[2] Con questo suo modo di esprimersi, Pomponazzi si poneva in netto contrasto rispetto ai grammatici dell’epoca. Tuttavia, il suo atteggiamento non deve indurci a pensare che egli fosse un superficiale lettore di Aristotele; al contrario, l’enfatica espressione dell’umanista Lazzaro Bonamico, nel Dialogo delle lingue di Sperone Speroni, secondo la quale Pomponazzi non conosceva alcuna lingua all’infuori del mantovano, deve essere affiancata dalla seguente affermazione, più precisa e veritiera, secondo la quale egli era “huomo giudicioso e uso rade volte a ingannarsi”.[3]

Pomponazzi sapeva catturare l’attenzione dei suoi studenti, coinvolgendoli nell’esposizione del testo aristotelico attraverso espressioni colloquiali e “coinvolgenti botta e risposta teatrali”.[4] Si tratta di un vero e proprio metodo pedagogico che, come rilevato da Stefano Perfetti, favoriva “l’istituzione di un clima ‘da seminario di lettura’, anche se a conduzione ‘monodica’”, nel quale gli studenti diventavano interlocutori attivi, chiamati a giudicare sulla validità delle argomentazioni del maestro.[5] Del resto, Pomponazzi dialogava realmente con i suoi studenti, anche fuori dalle aule universitarie, soprattutto quando si trovava in difficoltà con le edizioni latine dei testi aristotelici e sentiva il bisogno di controllare il testo greco.

E qui arriviamo al punto sul quale vorrei porre l’accento. Pomponazzi, pur dichiarando più volte di non conoscere il greco, non curante del giudizio dei grammatici a lui contemporanei, mostra sempre un certo interesse per gli aspetti filologici delle opere aristoteliche e, laddove non riusciva con i propri strumenti a risolvere le questioni testuali, non esitava a chiedere aiuto ad alcuni suoi allievi grecisti:

 

Poiché molti sono gli uomini greci dai quali ogni giorno imparo qualcosa in più, come ad esempio, il nostro D. Lazzaro, Giovanni lo Spagnolo, Pietro Jacopo Napoletano e altri. Io chiedo a loro che mi correggano quando mi sarò espresso male, così ché con voi io possa imparare: infatti, amo molto di più il sapere che me stesso.[6]

 

Come ha giustamente rilevato Franco Graiff, questi nomi indicano che il Pomponazzi ‘antiumanista’, a dispetto del suo modo di esprimersi, non era poi così estraneo “ai fermenti apportati dalla nuova cultura umanistica, che in vario modo lo interessò e ne influenzò l’attività”.[7]

Malgrado il rozzo linguaggio utilizzato e la scarsa conoscenza del greco, le reportationes dei corsi universitari pomponazziani testimoniano una seria esegesi del testo aristotelico. Nelle sue expositiones litterales, Pomponazzi esordiva citando singoli lemmata, che venivano analizzati e commentati, tenendo in considerazione le diverse edizioni latine e i vari commenti a disposizione; il suo impegno esegetico mirava a risolvere le contraddizioni che emergevano sia all’interno del Corpus Aristotelicum che tra i più noti expositores. All’inizio di ogni lezione, Pomponazzi ricapitolava gli argomenti trattati nella lezione precedente e, se necessario, ritornava su qualche passo per approfondire o correggere quanto aveva detto. La grande cura con la quale cercava di penetrare il testo aristotelico, interpretandolo sempre in modo letterale ed impegnandosi spesso in questioni filologiche, non si fonda esclusivamente su quelle che potevano essere le esigenze storico-filosofiche di un commentatore di Aristotele. Per Pomponazzi, ricostruire il pensiero aristotelico significava esercitare la filosofia, attraverso il dialogo e il confronto con i grandi pensatori del passato e con quelli contemporanei.

In questo breve contributo, vorrei analizzare alcuni passi dell’ultimo e inedito corso pomponazziano sul De sensu et sensato di Aristotele, tenuto a Bologna tra il 1524 e il 1525, così da mostrare con quale precisione Pomponazzi si approcciava al textus aristotelico e in che modo svolgeva le sue lezioni di filosofia naturale.[8] Analizzando i vari lemmi citati nelle reportationes, possiamo stabilire che il libello che Pomponazzi aveva tra le mani era la translatio nova di Gugliemo di Moerbeke.[9] Tuttavia, come vedremo, egli si trova spesso a dover intervenire sulla propria edizione di riferimento per correggere alcuni residui della translatio vetus, che poteva facilmente scovare attraverso il confronto con le nuove edizioni latine. Per quanto riguarda l’analisi filosofica, il riferimento principale è Tommaso d’Aquino; ciononostante, Pomponazzi si confronta costantemente con tutti i grandi commentatori d’Aristotele, a partire da Alessandro d’Afrodisia, Averroè e Alberto Magno, fino ai novi expositores, come Juan Ginés de Sepúlveda e Niccolò Leonico Tomeo.

Il primo passo che intendo esaminare si trova nella seconda lezione. Dopo aver ricapitolato quanto detto nella lezione precedente, Pomponazzi afferma:

 

Videntur autem maxime.[10] Il Filosofo propose di trattare delle operazioni comuni e proprie dell’anima, secondo quanto dicono tutti i commentatori; in particolare, il Divino Tommaso vuole dare qui una spiegazione delle sue intenzioni e interpreta così questa proposizione: quelle [operazioni] che sono principalmente proprie e comuni degli stessi animali, non sono proprie soltanto dell’anima né soltanto del corpo, ma sono comuni allo stesso tempo sia del corpo che dell’anima. E notate che il nostro testo qui ha l’avverbio maxime, piuttosto che maxima come sostantivo, come hanno Leonico e lo Spagnolo (che recentemente ha tradotto questi libri e che una volta fu mio studente al ginnasio), e anche il Divino Tommaso. Alberto, invece, espose maxime propria et communia.[11]

 

Questo passo è molto interessante per diversi motivi. Anzitutto, il lemma citato rivela un indizio riguardo al codice che Pomponazzi aveva in mano: infatti, benché Pomponazzi stesse utilizzando la translatio nova di Moerbeke, come si accennava in precedenza, notiamo che il suo testo di riferimento manteneva un elemento della vetus, vale a dire l’avverbio maxime, al posto del sostantivo maxima. Su questo elemento testuale Pomponazzi si sofferma subito, facendo notare ai suoi studenti la divergenza rispetto alle edizioni moderne di Leonico Tomeo e Ginés de Sepúlveda (“lo Spagnolo”), i quali avevano definitivamente sostituito l’avverbio con il nome, cioè maxima. In questo stesso modo sembra leggere anche Tommaso d’Aquino, al contrario di Alberto Magno che, utilizzando ancora la translatio vetus, riportava l’avverbio maxime. In un’altra reportatio si legge:

 

I nuovi traduttori dicono maxima, cioè che la maggior parte delle attività proprie e comuni degli animali riguardano il composto stesso [anima e corpo], e si dice ‘la maggior parte’ a causa dell’intelletto e della volontà, che non sono atto di nulla: infatti, non sono virtù organiche. I nostri testi antichi dicono maxime, e il senso è lo stesso; pertanto, si dice attività comuni e proprie che si attuano attraverso il corpo e l’anima.[12]

 

Sul rapporto tra Pomponazzi e questi nuovi traduttori, cioè Sepúlveda e Leonico Tomeo, vale la pena di soffermarci brevemente. “Giovanni lo Spagnolo” era uno degli allievi prodigio di Pomponazzi, nonché un suo fidato collaboratore quando si trattava di consultare e tradurre testi in greco.[13] Per preparare il corso sul De sensu, Pomponazzi non ebbe certo bisogno di visionare direttamente il testo greco, dato che pochi anni prima, come egli stesso ricorda, cioè nel 1522, questo suo fidato grecista aveva pubblicato a Bologna la propria edizione dei Parva naturalia di Aristotele.[14] Per quanto riguarda il rapporto tra Pomponazzi e Leonico Tomeo, sarebbe necessario uno studio più approfondito; per ora, si può evidenziare che Leonico Tomeo viene spesso citato nel corso sul De sensu, anche se per lo più in modo critico e polemico. Senza dubbio Pomponazzi aveva ben presente la sua edizione dei Parva naturalia, pubblicata a Bologna nel 1523, dato che più volte la utilizza per correggere la propria edizione di riferimento; ma quando si tratta di commentare il testo aristotelico, l’esposizione di “iste Leonicus” viene per lo più trattata con disprezzo.[15]

Tornando alle questioni testuali, Pomponazzi dichiara poco influente, ai fini della comprensione del passo, l’utilizzo del nome maxima al posto dell’avverbio maxime; tuttavia, privilegia implicitamente la correzione delle versioni moderne, affermando che

 

[Aristotele] disse maxima e non omnia, perché l’anima intellettiva non utilizza il corpo nelle sue operazioni. Disse anche communia et propria, poiché ce ne sono alcune che non appartengono a ogni anima e alcune che invece appartengono ad ogni anima.[16]

 

Pomponazzi spiega per quale motivo Aristotele abbia utilizzato il termine maxima piuttosto che il termine omnia, dando implicitamente per assodato che si tratti di un nome. Non tutte le operazioni dell’anima sono comuni al corpo e all’anima: per esempio, la funzione intellettiva, che è indipendente dal corpo ut subiectum e per questo è secundum quid immateriale.[17] Pomponazzi continua ad analizzare il passo, spiegando che Aristotele ha detto communia et propria per evidenziare che non tutte le operazioni sono comuni a qualsiasi anima, ma ve ne sono alcune che sono specifiche di certi esseri viventi piuttosto che di altri.

Prediamo in esame un secondo passo, che il maestro mantovano commenta verso la fine della terza lezione:

 

Quoniam autem omnia dicta.[18] Ritorniamo dunque alla questione. Si è detto che le passioni soprattutto proprie e comuni degli animali sono comuni all’anima e al corpo, e quattro coppie di quelle sono state enumerate. […] Per prima cosa, [Aristotele] spiega che tutte le suddette coppie non possono essere senza il senso e dice omnia enim cum sensu, sul quale vi sono diverse opinioni. Infatti, il nostro testo dice omnia enim, in modo tale che nella prima parte espone questo in generale, cioè che tutte le coppie elencate sono con il senso, mentre nella seconda parte dichiara la diversità di queste dal senso. O meglio, dice per prima cosa che tutte queste attività accadono attraverso il senso; poi che tra queste, benché tutte siano originate dal senso, alcune sono tuttavia attraverso il senso, come cioè la memoria e l’ira, che hanno l’essere attraverso il senso.[19]

 

Pomponazzi sottolinea ai suoi studenti che l’espressione omnia enim cum sensu viene interpretata dai commentatori in modo diverso. Secondo il suo testo di riferimento, sembrerebbe che Aristotele dica che tutte le attività precedentemente elencate (cioè la veglia e il sonno, la giovinezza e la vecchiaia, l’inspirazione e l’espirazione, la vita e la morte)[20] avvengano con il senso, per poi spiegare in che modo ciascuna attività sia in rapporto con la sensibilità. In un’altra reportatio si legge:

 

Il nostro testo è in un modo; quello di Leonico e dello Spagnolo in un altro modo. Il nostro dice omnia enim haec cum sensu accidunt e poi dichiara che se queste attività siano con il senso. Ma queste attività sono diverse: infatti, alcune accadono attraverso il senso, alcune sono passioni, alcune sono azioni che favoriscono la conservazione della vita. Ciononostante, tutte dipendono essenzialmente dal senso.[21]

 

Tutti gli espositori convengono sul fatto che Aristotele stia ribadendo la dipendenza delle operazioni citate dalla sensibilità, cioè dal corpo. Tuttavia, le edizioni di Leonico Tomeo e Sepúlveda inseriscono, secondo Pomponazzi, una disgiuntiva che risulterebbe essere fuorviante perché distinguerebbe attività che sono accompagnate dai sensi (cum sensu) da altre attività che avvengono tramite i sensi (per sensum). Se così fosse, bisognerebbe stabilire quali attività possano essere definite cum sensu e quali per sensum. Infatti, Pomponazzi afferma subito dopo:

 

Tuttavia, altri testi iniziano con la disgiuntiva così che tutte le attività menzionate, o hanno l’essere con il senso o [hanno l’essere] attraverso il senso. Sul fatto che il testo stia in questo modo, ci sono diverse opinioni. Il Divino Tommaso pensava che per ‘quelle che hanno l’essere con il senso’ il Filosofo intendesse quelle che riguardano la cognizione sensibile, come il senso in generale, la phantasia e la memoria; invece, tale Leonico propone un’altra spiegazione che, come egli stesso dice, è di Alessandro, e che ometto, poiché a me sembra inutile; anche l’esposizione del Divino Tommaso a me non piace, poiché dire ‘quelle che hanno l’essere con il senso, cioè il senso’ è una tautologia.[22]

In questo passo si nota bene quanto Pomponazzi fosse attento alle differenze che emergevano nelle nuove traduzioni del testo aristotelico. Infatti, egli riconosce giustamente che tanto l’edizione di Leonico Tomeo[23] quanto quella di Sepúlveda[24] mettevano in evidenza una contrapposizione, che viene suggerita nel testo greco dall’opposizione di τὰ μὲν e τὰ δὲ. Inoltre, è interessante notare come Pomponazzi liquidi l’esposizione di Leonico Tomeo, ripresa esattamente da Alessandro d’Afrodisia, la quale viene considerata così superflua da non dover neppure essere citata.[25] Inoltre, viene criticato anche Tommaso d’Aquino per aver tautologicamente affermato che, tra le attività che hanno l’essere cum sensu, oltre alla phantasia e alla memoria, doveva essere considerato anche il sensus universaliter.[26] Secondo Pomponazzi, sostenere che la sensibilità in generale abbia l’essere con il senso è un’inutile tautologia; piuttosto, bisogna affermare che siano cum sensu tutte le attività precedentemente elencate da Aristotele. Il punto focale della critica a Tommaso resta, dunque, la distinzione tra attività che sono cum sensu e attività che sono per sensum, la quale ci costringe a separare queste due modalità, con il rischio di incorrere in contraddizioni e tautologie come quella di Tommaso.

In un’altra reportatio si legge:

 

In questo modo esponiamo e così stanno i nostri libri. Ma questi nuovi interpreti dicono haec enim omnia aut sunt cum sensu etc. Se così è, allora diciamo che alcuni sono con il senso: per esempio, secondo il Divino Tommaso, il senso e la memoria. Ma questo a me non piace che si dica che il senso sia con il senso. Se vi piace, che si accetti pure.[27]

 

Tralasciando i contenuti filosofici, notiamo come, anche in questo passo, Pomponazzi discuta in maniera critica il testo di riferimento, confrontandolo con le edizioni più moderne e con le altre esposizioni. Tuttavia, pur rilevando una marcata distinzione nelle edizioni moderne tra attività che sono cum sensu e attività che sono per sensu, Pomponazzi non si accorge che questa contrapposizione si trova effettivamente nel testo greco. Ad ogni modo, il senso del passo emerge chiaramente e tutti i commentatori si trovano sostanzialmente d’accordo; infatti, all’interpretazione tomista, più che una vera e propria critica, viene presentata una semplice osservazione, lasciando spazio, come sempre, al giudizio dei propri studenti.

Un ultimo caso che vorrei analizzare si trova verso la fine della quarta lezione. Pomponazzi sta analizzando De sensu 436b18-437a1, dove Aristotele spiega che i sensi che operano a partire da uno stimolo esterno, come l’odorato, l’udito e la vista, si trovano negli animali che sono in grado di muoversi e servono a garantire la loro preservazione. A quel punto, Pomponazzi dichiara di aver individuato due errori nel testo:

 

Il primo dove si dice habentibus vitam causa salutis insunt:[28] non deve stare il termine vitam, come se il senso fosse che i tre sensi suddetti appartengano a tutti gli esseri viventi, cosa che è falsa, poiché molti esseri viventi mancano di questi sensi. Dunque, si deve dire habentibus eos, [cioè, “in tutti gli animali che possiedono questi tre sensi ecc.”]. Poi, quando si dice ut praesentia,[29] deve stare ut praesentientia.[30]

 

Secondo Pomponazzi, il suo testo presenterebbe due errori. Anzitutto, lascia intendere che tutti gli esseri viventi (habentibus vitam) siano in possesso dell’odorato, dell’udito e della vista; al contrario, ciò che Aristotele intende dire è che, in tutti gli animali che possiedono questi tre sensi (habentibus eos), essi hanno come obiettivo la preservazione dell’animale. Inoltre, l’animale si mantiene in vita percependo anticipatamente il cibo con i sensi: dunque, non ut praesentia (cioè, ‘come presente’), ma ut praesentientia (cioè, ‘percependo anticipatamente’).[31] Ancora una volta, è evidente la cura con la quale Pomponazzi commentava l’edizione latina che aveva tra le mani, operando delle vere e proprie correzioni filologiche, attraverso il confronto con le edizioni più moderne. Gli errori che mette in evidenza non sono esclusivamente farina del suo sacco, dato che egli non aveva visionato il testo greco; tuttavia, grazie alla sua grande intelligenza filosofica, Pomponazzi poteva controllare di volta in volta le diverse edizioni latine a disposizione e giudicare se, per la corretta comprensione del testo, fosse necessario intervenire o meno nella propria edizione di riferimento. In questo caso, Pomponazzi sembra accettare le correzioni di Leonico Tomeo, il cui nome compare in una nota marginale, dove appunto si dice: “il testo di Leonico è opportunamente corretto”.[32]

In conclusione, mi sembra evidente che, pur non essendo “un assiduo e scrupoloso”[33] filologo e al di là del fatto che non conosceva il greco, Pomponazzi si impegni in un’attiva esegesi dell’opera aristotelica sia dal punto vista testuale che filosofico. Nel commentare il De sensu, egli tiene in considerazione le varie edizioni latine del testo e i diversi commenti; prende posizione, criticando le interpretazioni che ritiene filosoficamente sbagliate e tralasciando quelle che gli sembrano inutili alla comprensione del testo; infine, se necessario, mette in evidenza le contraddizioni interne al pensiero aristotelico.[34] Ulteriori studi potrebbero dirci qualcosa in più sull’edizione della translatio nova che Pomponazzi aveva in mano. Per ora, quel che si può notare, è che i tre errori testuali sottolineati (maxime/maxima, habentibus + vitam, praesentia/praesentientia) si ritrovano nelle edizioni a stampa del De sensu, almeno fino alla fine del XV secolo. Inoltre, due di questi errori (maxime/maxima e habentibus vitam/habentibus eos) sono segnalati da Gauthier nell’apparato critico della sua edizione della translatio nova, come appartenenti a quella viene definita Recensio Parisiaca, cioè i manoscritti provenienti dall’Università di Parigi.[35]

Come accade in tutte le reportationes dei corsi universitari di Pietro Pomponazzi, così come in tutta la sua produzione scritta, l’analisi approfondita dell’Expositio libelli de sensu et sensato permette non soltanto di fare filosofia attraverso lo studio di Aristotele, ma anche di esaminare e ripercorrere la storia del testo, ragionando con i grandi commentatori antichi, medievali e rinascimentali della tradizione aristotelica. Il metodo esegetico-pedagogico seguito da Pomponazzi nelle aule universitarie rappresenta, a mio parere, un grande e concreto esempio di lavoro filosofico, utile ancora oggi per tutti coloro che intendono studiare seriamente i classici della filosofia. Pomponazzi non era certamente un filologo e le sue competenze linguistiche non sono minimamente paragonabili a quelle di altri sui contemporanei, come Sepúlveda e Leonico Tomeo; tuttavia, è innegabile che il suo approccio al pensiero aristotelico e, più in generale, alla filosofia stessa, non era mai scisso da una profonda e rigorosa analisi dei testi, che spesso lo conduceva in terreni per lui troppo faticosi, costringendolo ad entrare in dialogo con i più esperti grammatici dell’epoca. Nonostante la scarsa conoscenza del greco lo obbligasse a muoversi “per mendicata suffragia”,[36] Pomponazzi non poteva esimersi dal confronto diretto con il testo aristotelico, consapevole del legame inscindibile tra filosofia e filologia, che all’epoca era un requisito fondamentale per l’insegnamento universitario.

Come spesso accade, le categorie storiografiche troppo nette (scolastica, umanesimo, filosofi, grammatici ecc.) si rivelano, di fatto, molto più sfumate.

 

 

 

 

Bibliografia

 

Gauthier, R.-A. (ed.) (1985) Sancti Thomae De Aquino Opera omnia, Tomus XLV, 2, Sentencia libri De sensu et sensato cuius secundus tractatus est De memoria et reminiscentia. Roma: Commissio Leonina, Paris: Vrin.

Graiff, F. (1979) ‘Aspetti del pensiero di Pietro Pomponazzi nelle opere e nei corsi del periodo bolognese’, Annali dell’Istituto di Filosofia. Università di Firenze, 1, pp. 69-130.

Leonico Tomeo, N. (1530) Aristotelis Stagiritae Parva quae vocant naturalia. Parisis: apud Simonem Colinaeum.

Nardi, B. (1965) Studi su Pietro Pomponazzi. Firenze: Le Monnier.

Perfetti, S. (ed.) (2004) Pietro Pomponazzi, Expositio super primo et secundo De partibus animalium. Firenze: Olschki.

Perrone Compagni, V. (ed.) (1999) Pietro Pomponazzi, Trattato sull’immortalità dell’anima. Firenze: Olschki.

Poppi, A. (ed.) (1970) Pietro Pomponazzi. Corsi inediti dell’insegnamento padovano, vol. II. Padova: Antenore.

Sepúlveda, J. G. (1522) Libri Aristotelis, quos vulgo latini, parvos naturales appellant. E graeco in latinum sermonem conversi. Bononiae: Hieronymus de Benedictis.

Sperone, S. (1544) Dialoghi. Vinegia: Edizione Aldina.

Towel, A. (ed.) (2000) Alexander of Aphrodisias, On Aristotle on Sense Perception. London: Bloomsbury.

 

 



[1] Poppi (1970) p. XVI.

[2] Nardi (1965) pp. 58, 60.

[3] Speroni (1544) p. 112.

[4] Perfetti (2004) p. XXIII.

[5] Ivi, p. XXV. Spesso Pomponazzi invita esplicitamente i suoi studenti a riflettere sugli argomenti proposti e a giudicarne la validità: “Expecto vestrum iudicium, ut vos dicatis sententiam vestram” (ivi, p. 153, 222-223).

[6] Bibl. Ambros. di Milano, ms. D. 417 inf., f. 3r: “Quia multi sunt viri greci a quibus quottidie adisco, D. Lazarus noster, Iohannes Hispanus, Petrus Iacobus Neapolitanus et alii, ego rogo eos ut me corrigant ubi male dixero, ut vobiscum adiscam; nam magis amo scientiam quam me”. Cfr. Nardi (1965) p. 200.

[7] Graiff (1979) p. 73. Come giustamente rileva Graiff, il soggiorno alla corte di Alberto Pio da Carpi, tra il 1496 e il 1499, aveva permesso a Pomponazzi di entrare in contatto con i nuovi testi di produzione umanistica, facilmente reperibili nella ricchissima biblioteca di Alberto Pio (ivi, p. 74).

[8] Dell’Expositio libelli de sensu et sensato di Pomponazzi abbiamo almeno tre reportationes: una è contenuta nel codice ms. 389 (ff. 264r-308v) della Bibl. Città di Arezzo; un’altra si trova in duplice versione nel ms. lat. 6536 (ff. 1r-120v) della Bibl. Nation. de France e nel codice miscellaneo Q. 115 sup. (ff. 379r-390v) della Bibl. Ambros. di Milano; infine, la terza è quella contenuta nel codice 18. L. 44 (ff. 1r-78v) della Bibl. Storica dell’Istituto Campana per l’Istruzione Permanente di Osimo. Questo corso avrebbe dovuto inaugurare un progetto di esegesi dei Parva naturalia di Aristotele che, purtroppo, Pomponazzi non poté portare avanti a causa della sua morte nel 1525. A testimonianza di ciò, nel codice osimano 18. L. 44 è contenuta una lettera, scritta dallo stesso autore della reportatio, vale a dire Domenico Bonfioli, allievo di Pomponazzi a Bologna, il quale segnalava ad un anonimo veneziano, a proposito delle lezioni pomponazziane, che “eas ut potui in hoc uno collegi quem tibi tradere potui ex pomponatio, qui anno illo defecit priusquam parva illa naturalia perficire posset” (Bibl. Storica Istituto Campana di Osimo, ms. 18. L. 44, f. 83r).

[9] Nella reportatio contenuta nel ms. lat. 6536 (ff. 1r-120v) della Bibl. Nation. de France si legge al f. 1r: “ista etiam pertractantur in hoc libello, quem pre manibus habemus”. Per l’edizione critica della translatio nova si veda Gauthier (1985).

[10] Cfr. Gauthier (1985) p. 3. Il testo greco recita: Φαίνεται δὲ τὰ μέγιστα (Arist. Sens. 436a7).

[11] Bibl. Storica Istituto Campana di Osimo, ms. 18. L. 44, f. 3r: “Videntur autem maxime. Propossuit philosophus de communibus et propriis operationibus animae agere, secundum quod dicunt omnes expositores, praecipue Divius Thomas vult reddere causam hic suae intentionis et accipit hanc propositionem quod ea quae sunt maxime propria et communia ipsorum animalium non sunt propria solius animae neque solius corporis, sed sunt communia corporis ed animae simul. Et notetis quod textus noster hic habet maxime adverbium, iste aut Leonicus ac ille hyspanus (quod hos libros nuper traduxit, qui fuit olim meus gymnasii auditor) etiam Divius Thomas exposuit maxima ut sit nomen. Albertus autem exposuit maxime propria et communia”.

[12] Bibl. Nation. de France, ms. lat. 6536, f. 2v: “Translatores novi dicunt maxima, id est maxima pars quod actionum propriarum et communium animalium conveniunt ipsi composito, et dicit maxima propter intellectum et volutatem, cuius actus nullius sunt: non enim sunt virtutes organice. Nostri textus antiqui dicunt maxime, et in idem reddit, dicit itaque communia et propria, quae per corpus et animam perficiuntur”.

[13] Nel passo che ho riportato alla nota 6 viene citato come “Giovanni lo Spagnolo”; il suo nome ritorna spesso, per esempio nel corso sul De partibus animalium (Perfetti 2004, p. 6, 116-118).

[14] Bibl. Città di Arezzo, ms. 389, f. 296r “In hoc textum grecum non vidi, quia ignoro literas grecas, et ideo quis textus sit conformior greco ignoro”. Cfr. Sepúlveda (1522).

[15] Cfr. Leonico Tomeo (1530).

[16] Bibl. Storica Istituto Campana di Osimo, ms. 18. L. 44, f. 3r: “Dixit autem maxima et non omnia propter animam intellectivam quod non utitur corpe in suis operationibus. Dixit autem communia et propria, quoniam sunt aliqua quae non conveniunt cuilibet animae, quidam vero cuilibet animae conveniunt”.

[17] Perrone Compagni (1999) pp. LIV-LV.

[18] Gauthier (1985) p. 3. Il testo greco recita: Πάντα γὰρ τὰ μὲν μετ’ αἰσθήσεως συμβαίνει, τὰ δὲ δι’ αἰσθήσεως (Arist. Sens. 436b4-5).

[19] Bibl. Storica Istituto Campana di Osimo, ms. 18. L. 44, f. 5r: “Quoniam autem omnia dicta. Revertamur igitur ad propositum. Dictum fuit quod passiones maxime proprie et communes animalium sunt communes animae et corpori, et quattuor coniungationes illarum numeratae fuerunt. […] Ostendit igitur primo quod omnes dictae coniungationes non possint esse sine sensu et dicit omnia enim cum sensu, ubi diverse sunt expositiones. Nostro enim textus sic iacet omnia enim, ita ut in prima proponat hanc generalem, scilicet quod omnia enumerata sunt cum sensu; in secunda vero parte declarat diversitatem istorum a sensu. Dicit immo primo quod omnia ista fiunt per sensum, secundo dicit quod horum (et si omnia sint a sensus) alia tamen sunt per sensum ut scilicet memoria et ira quae per sensum habent esse”.

[20] Cfr. Arist. Sens. 436a13-16.

[21] Bibl. Nation. de France, ms. lat. 6536, f. 5r: “Textus noster stat uno modo; textus Leonici et Hispani alio modo. Noster dicit omnia enim haec cum sensu accidunt et postea declarat quod et si sint ista cum sensu. Diversimode tamen sunt, nam quaedam fiunt per sensum, quaedam sunt passiones, quaedam conservationes; et tamen omnia habent essentialem dependentiam a sensu”.

[22] Bibl. Storica Istituto Campana di Osimo, ms. 18. L. 44, f. 5r: “Alij autem textus sic iacent ut statim incipiat disiunctiva sic quod omnia dicta aut habent esse cum sensu aut per sensum. Si isto modo stet littera, sunt diversae opiniones. Divus Thomas voluit quod per ea quod habent esse cum sensu philosophus intelligeret ea quae ad cognitionem sensitivam pertinent, ut sensus universaliter, phantasia, et memoria; iste autem Leonicus dat aliam expositionem quae ut dicit ipse est Alexander, quam omitto, quia mihi nulla videtur; etiam expositio Divus Thomas mihi non placet quia dicere ea quod habent esse cum sensu, id est sensus, videtur idem per idem ideo”.

[23] Cfr. Leonico Tomeo (1530) p. 14: “Quod autem supra dicta omnia cum animae, tum corpori communia sint, non est obscurum. Siquidem ex ijs alia cum sensu fieri contingit, alia per sensum”.

[24] Cfr. Sepúlveda (1522) p. IX: “Cuncta vero, quae dicta sunt animae cum corpore communia esse, inde patescit, quod omnia, partim cum sensu, partim per sensum contingunt”.

[25] Cfr. Towey (2000) p. 22.

[26] Gauthier (1985) p. 9, 331-332.

[27] Bibl. Nation. de France, ms. lat. 6536, f. 5v: “Isto modo exponimus et sic stant nostri textus. Isti vero novi interpretes dicunt haec enim omnia aut sunt cum sensu etc. Si sic stat sic exponamus quaedam cum sensu sunt. Dicit divus Tomas, ut sensus et memoria per sensum, sed mihi non placet quod dicat quod sensus sit cum sensu. Si placet vobis, placeat”.

[28] Gauthier (1985) p. 11. Nel testo greco si trova: πᾶσι μὲν τοῖς ἔχουσι σωτηρίας ἕνεκεν ὑπάρχουσιν (Arist. Sens. 436b21-22).

[29] Gauthier (1985) p. 11. Nel testo greco si trova: ὅπως διώκωσί τε προαισθανόμενα τὴν τροφὴν καὶ τὰ φαῦλα καὶ τὰ φθαρτικὰ φεύγωσι, τοῖς δὲ καὶ φρονήσεως τυγχάνουσι τοῦ εὖ ἕνεκα (Arist. Sens. 436b22-437a2).

[30] Bibl. Storica Istituto Campana di Osimo, ms. 18. L. 44, f. 6v: “Sunt tamen due incorectiones in littera. Primo ubi dicit habentibus vitam causa salutis insunt: non debet stare vitam quoniam sensus esset quod omnibus habentibus vitam inessent hi tres sensus dicti, quod est falsum, quoniam multa habent vitam carentia his sensibus; ideo debet dicere habentibus eos. Secundo cum dicit ut praesentia, debet stare ut praesentientia”.

[31] Per quanto riguarda l’espressione “ut praesentia”, cfr. Gauthier (1985) pp. 78*-79*.

[32] Bibl. Storica Istituto Campana di Osimo, ms. 18. L. 44, f. 6v, nota marginale: “littera Leonici sicut corecta est et bene”. Infatti, in Leonico Tomeo (1530) p. 16, si legge: “omnibus quidem quae illos habent, salutis insunt gratia, ut praesentiendo alimentum consectentur”.

[33] Perfetti (2004) p. XXXIV.

[34] Per esempio, in Bibl. Storica Istituto Campana di Osimo, ms. 18. L. 44 f. 6r: “Ideo vos considerabitis, mihi videtur quod philosophus sibi non constat”.

[35] Cfr. Gauthier (1985) pp. 3, 11.

[36] Bibl. Ambros. di Milano, ms. D. 417 inf., f. 16r: “mihi est opus ire per mendicata suffragia, quia nescio litteras graecas”. Cfr. Perfetti (2004) p. XXXV, nota 56.